ARCHIVIO DEI PENSIERI

28-05-2017 L'addio di Francesco Totti, unico come lui

E' il passo d'addio (forse) di Francesco Totti, ultimo rappresentante di una razza eletta e ormai figlia del passato: le bandiere, campioni di tutti. Il finale dell'incredibile storia d'amore fra il Capitano e la Roma non è quella che ci saremmo aspettati e, soprattutto, avrebbero meritato Totti e il suo pubblico. Il lungo addio è stato scandito più da polemiche, misteri e veleni, che dalla gioia di poter chiudere, lì dove tutto cominciò. I motivi li conosciamo e sono stati abbondantemente esaminati, ripeterò solo ciò che dissi molti mesi fa: fra 20 anni, tutti ci ricorderemo di Francesco Totti, pochi si ricorderanno di Spalletti. Punto.

Non è questa parte amara e sconcertane della storia a interessarmi, ma provare a descrivere, in poche parole, il mistero di un rapporto viscerale e autentico, come quello che ha unito un giocatore di calcio a una città. E che città. C'è la scelta coraggiosa di non andar mai via, certo. C'è la romanità profonda e autentica di Francesco Totti, senza alcun dubbio. Ancora, lo spirito di squadra, la dedizione, la simpatia maturata negli anni. Tutto vero e tutto importante, ma se Totti è Totti ci deve essere qualcosa in più.

Ai grandi Campioni affidiamo i nostri sogni. La parte più delicata e innocente di grandi e piccoli. Il bambino che è in noi vede nel Campione qualcosa di irraggiungibile e magico, l'uomo o la donna idealizzati. Non a caso, può capitare di conoscere il proprio beniamino e restarne delusi. L'aspettativa era semplicemente troppo grande. A Totti, sono stati affidati anni e anni di sogni, una responsabilità enorme, portata con impegno e leggerezza. Il sogno non è necessariamente uno scudetto o una coppa - è lapalissiano che il Capitano avrebbe fatto collezione di trofei, giocando altrove - con Francesco Totti è diventato anche e soprattutto identificare una città, un modo di essere. Totti, a Roma, è parte dell'immaginario collettivo, un risultato semplicemente impensabile per chiunque, nello sport iper professionistico e smitizzato di oggi. Metteteci poi l'aria finto-svagata, il delizioso giocare con la propria istruzione non di livello accademico, la storia da copertina della sua famiglia e avrete il Campione irripetibile. 

Ho avuto il privilegio di incrociare Francesco Totti pochi giorni fa, al Salone d'Onore del Coni. Nel poco tempo condiviso, ho trovato conferma di tutto questo e di un'intelligenza pronta e notevolissima. Quando gli ho chiesto cosa avesse provato a leggere le parole di Maradona, secondo cui Totti è il giocatore più forte da lui mai visto, i suoi occhi chiari sono balenati, come in quel pomeriggio tedesco di 11 anni fa, quando trasformò il rigore più pesante della sua vita, lanciandoci verso il Mondiale. Un attimo di profonda consapevolezza, un mezzo sorriso, e una semplice risposta: "Posso anche smettere."

25-05-2017 I musei italiani, i direttori 'stranieri' e l'ineffabile Tar

Il masochismo italiano a volte ha il potere di lasciare senza parole: il Tar del Lazio - ormai una figura metà mito e metà Tribunale, ci sia permesso aggiungere - ha bocciato le nomine di 5 direttori di musei, sul totale dei 20 nuovi responsabili, nominati due anni fa, su spinta del ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini. Secondo quanto si è appreso, il Tar ha ritenuto che non ci fossero le condizioni per aprire le selezioni a candidati internazionali e sette dei direttori sono stranieri, tra i quali quelli del parco archeologico di Paestum e del Palazzo Ducale di Mantova, interessati direttamente dal verdetto del Tar. A fronte di questa clamorosa decisione, è certo che i musei e i siti archeologici italiani, affidati a una più che necessaria cura ricostituente negli ultimi mesi, sono in alcuni casi letteralmente rinati. I nuovi direttori, insomma, hanno lavorato bene e portato a casa risultati ottimi se non eccezionali, in tempi relativamente brevi. Comprensibilmente, il ministro Franceschini è andato fuori dalla grazia del Signore, twittando tutta la sua rabbia, contro la decisione presa dal Tar. Dando, oltretutto, la sensazione di trattenersi a fatica dallo scrivere qualcosa di irreparabile. Da cittadini, da osservatori, da amanti (questa volta profondamente delusi) del nostro patrimonio storico-artistico, ci chiediamo come sia possibile un atto di puro autolesionismo come questo. Dicevamo delle motivazioni: il tema si può riassumere in un mesto 'non passa lo straniero', fuori dal tempo e dalla logica. In realtà, le nomine di due anni fa, per quanto abbiano portato alla guida di musei e siti professionisti di altissimo profilo, lasciarono una scia velenosa di invidie e risentimenti, che ha finito per generare i ricorsi al Tar e la bocciatura di queste ore. State tranquilli: in quei ricorsi, non c'era alcuna traccia dell'interesse comune e del bene pubblico. L'unico riferimento è la parrocchia, la piccola e miserabile sfera di potere personale. Un baronato insopportabile e inaccettabile. Ci auguriamo che il Consiglio di Stato sappia porre rimedio, nel caso ci si debba appellare alla sentenza del Tar, ma certe meschine manovre hanno già tutta la condanna di chi ha realmente a cuore l'inestimabile patrimonio artistico e storico italiano. I 5 direttori 'bocciati' dal Tar del Lazio sappiano che sono stati promossi sul campo, dai cittadini e dai turisti, che hanno premiato la 'primavera' di musei e siti, dopo anni di grigiume. Il turismo, nel terzo millennio, è una cosa maledettamente seria. Non possiamo permetterci di lasciarlo gestire a burocrati e, soprattutto, incapaci.

24-05-2017 La strage di Manchester, l'impensabile e noi

Arrivando in radio, questa mattina, cercavo le parole corrette, per affrontare l'allucinante notizia della strage di Manchester. Corrette e anche contenute, perché non lasciarsi andare, non perdere il lume della ragione, alcune volte è quasi impossibile. Due immagini, su tutte, mi hanno fatto vacillare: quella ragazzina, appena soccorsa e con la coperta termica sulle spalle, che non si era neppure accorta di avere ancora in testa le orecchie da coniglio, gattina o fate voi, icona di Ariana Grande e dei suoi giovanissimi fan. Poi, un appello via Twitter di una mamma, che da ore non riusciva a mettersi in contatto con la figlia, andata al concerto della Manchester Arena. Quell'immagine sorridente della ragazza mi tormenta. Non so nulla, non so se sia rimasta ferita o peggio o - lo spero con tutto il cuore - abbia semplicemente perso il telefonino nella calca e sia rimasta bloccata, per lo stop totale imposto ai mezzi di trasporto. Resta l'angoscia nel guardare quel volto e quelle innocenti orecchie, così ferocemente incongruenti con lo scenario di terrore di Manchester. Se si sceglie come obiettivo un concerto di un idolo dei teenager, la scala dell'orrore è stata percorsa tutta. Non c'è più nulla dopo, perché non c'era nulla prima, in questi vigliacchi senza cuore, cervello e senza Dio. Sono solo dei bestemmiatori di qualsiasi religione, indegni di essere definiti in qualsiasi modo. Il loro piano è tanto chiaro, quanto atroce e immondo: seminare odio, per raccoglierne i frutti e scatenare un tutto contro tutti. Perderanno, come hanno sempre perso. L'Occidente è lontanissimo dall'essere una terra felice e giusta, ma è un luogo di libertà e democrazia. Conosciamo i nostri limiti e ne discutiamo con franchezza e durezza. Questo fa di noi cittadini consapevoli e pronti a difendere la nostra vita e la nostra cultura. Feriti, addolorati, ma piegati mai. Continueremo ad andare ai concerti e alle partite, a fare shopping e in viaggio, chiedendo e pretendendo sicurezza e tutele. Siamo pronti a veder cambiare ancora le nostre piccole abitudini, come ci accade dall'ormai lontano 11 settembre 2001, ma non saremo mai pronti a scendere al loro livello. La strada che ci attende è dolorosa e difficile, ma non ne contempliamo altre: lo dobbiamo ai nostri figli e alla memoria di chi è caduto, semplicemente vivendo, come abbiamo scelto di vivere.

22-05-2017 La Juventus, i trionfi, i segreti (mica tanto) e le lezioni agli altri

Se sei scudetti di fila vi sembran pochi... Il trionfo della Juventus è oggettivamente epocale e crediamo non ripetibile, in queste dimensioni. Un dominio così lungo, in un campionato tradizionalmente difficile e tatticamente esasperato come il nostro, merita un tentativo di spiegazione. Soprattutto mettendosi nei panni scomodi di chi spera di interrompere questa striscia di vittorie. Per riuscirci, l'ultima cosa da fare è abbandonarsi al sentimento più corrosivo che ci sia: l'invidia. Perché, dopo il rosicamento, scatta il riflesso condizionato del complottismo e del vittimismo. La Juventus vince e continua a vincere perché il puzzle è costruito alla perfezione. La società programma a breve e lunga scadenza, il tecnico ha un piano duttile e chiaro, la squadra è tenuta in pugno da uno zoccolo duro di campioni, che sa compattare lo spogliatoio e richiamare all'ordine, quando necessario. Non c'è nulla di casuale, di improvvisato. E' da questa consapevolezza che le inseguitrici devono partire, per compiere l'ultimo metro e mettersi al passo dei 6 volte Campioni d'Italia. Parliamo di Roma e Napoli, naturalmente, perché le milanesi sono al più un'idea e la Lazio non sembra poter crescere tanto, da entrare nel Grande Gioco. Giallorossi e Azzurri, più che coltivare rimpianti per ciò che non è stato quest'anno, lavorino su quell'ultimo metro. Traggano esperienza e - non c'è nulla di male - insegnamento da chi ha saputo vincere tanto e tanto a lungo. La sensazione è che non manchi davvero molto e che per la Juve sarà dura resistere ai prossimi assalti, sempre che a Roma e Napoli la testa resti fredda e non si disperda quanto fatto sinora. Per essere ancora più chiari: se società e squadra lasceranno ai tifosi ripicche e accuse, tutto potrà cambiare. La Juventus, mentre si prepara alla finale di Champions League e al sogno del Triplete, ha già messo a segno colpi, potenzialmente decisivi, nel prossimo lustro. In questo, più vicino ai bianconeri appare il Napoli, squadra giovanissima, superbamente condotta, molto motivata e con tutti i big legati da lunghi contratti. Più nebulosa la programmazione della Roma, a  cominciare dal prossimo allenatore. Come si vede, nulla accade per influsso divino. Le vittorie avranno anche molti padri, ma soprattutto arrivano da lontano, quando a crederci erano in pochi. Sono quei pochi a decidere tutto, oggi, mentre a festeggiare sono altri.

21-05-2017 le due ere del Tennis, faccia a faccia a Roma

Oggi, la finale degli Internazionali BNL d'Italia di Tennis. 

E’ la sfida fra due ere del Tennis, fra il Re-Djokovic, che vuole indietro la sua corona, e il fenomeno di domani, Alexander ‘Sascha’ Zverev. La grande domanda della finalissima degli Internazionali BNL d’Italia è questa: riuscirà il ragazzone tedesco a reggere l’impatto dello straordinario giocatore serbo o è ancora troppo presto? Sul futuro di Zverev, infatti, non è lecito avere dubbi, stiamo parlando di un giocatore programmato per vincere, da quando aveva 5 anni, in più baciato da un talento fuori dal comune. Quanto ad oggi, il Djokovic visto ieri sera strapazzare il malcapitato Thiem 61 60 sembra lasciare poco spazio ai campioni che verranno, ma la finale è la finale. E’ un momento dell’anima, prima ancora che del braccio. E’ una sfida mentale, che anche Nole potrebbe soffrire: l’ex-N.1 sta tornando quello di un anno fa, ma non sembra ancora la perfetta macchina da Tennis, che conosciamo. L’unicità di questo sport, del resto, emerge proprio nelle sfide all’Ok Corral, come quella che ci attende oggi. Occhi negli occhi, braccio contro braccio, ma soprattutto due forze mentali contro. Uno spettacolo. Appuntamento sul Centrale del Foro Italico alle 16.00, che sono quasi le cinque della sera…

19-05-2017 Roma, i problemi e le lezio da trarre. Si può fare!

Parlare di Roma è facile e impossibile, in un colpo solo. Da dove partire, per descrivere la Città Eterna, in giorni in cui tutti sembrano voler spiegare il perché e il percome, di una lunghissima crisi? Scelgo il Foro Italico, vivendolo da una settimana da mattina a sera. Mi si obietterà: cosa potrà mai dirci di Roma il fazzoletto di terra e marmi, fra il Tevere e lo Stadio Olimpico... di per sé, non molto, se ci fermiamo alla superficie. Se proviamo a ragionare qualche secondo, però, c'è una lezione importantissima da trarre: Roma non è 'diversa', non è condannata alla confusione, alla caciara fine a se stessa e ad arrangiarsi. I miei giorni agli Internazionali di Tennis - evento romanissimo - mi confortano e deprimono allo stesso tempo. Si può organizzare, programmare, migliorare di anno in anno. Si può tenere pulita (anzi pulitissima) un'area frequentata da decine di migliaia di persone ogni giorno. Si può fare business con la bellezza, rispettandola e preservandola. Questo mi ha raccontato il Foro Italico in una settimana, mentre subito fuori i confini dell'evento sportivo era la sciatteria ad attenderci. In tante, piccole cose quotidiane, non solo e non necessariamente i bidoni della spazzatura stracolmi. Voglio essere chiaro: è miope sperare che una sommaria ripulita possa far andare a posto le cose. Se si vuole fare turismo, accompagnando il visitatore con rispetto, ogni metro quadro di questa meraviglia dell'umanità merita la cura del Foro Italico. Non mi interessa se alla Fontana di Trevi transitano in centomila al giorno, ci si organizzi perché tutto sia pulito e decoroso. Punto. Non mi interessa se i ristoranti sono pieni comunque, il turista merita un sorriso, un servizio cortese ed efficiente e - se possibile - di non essere fregato. Roma è difficile almeno quanto è bella, questo lo sappiamo tutti, ma non si può continuare ad accampare scuse: non si può continuare a curare l'orticello sotto casa, facendo finta di non vedere la pantegana a venti metri. Non si può tollerare la furbizia stupida di molti sedicenti operatori turistici: chi non rispetta le regole, va sanzionato. A cominciare dalle recensioni online. Se un ristoratore, albergatore, commerciante, tassista crede di essere più sgamato di voi e fa di tutto per fregarvi, recensite e denunciate. Funziona. Richiamiamo tutti alla responsabilità personale, il colore di chi è al Campidoglio mi interessa meno di zero, voglio camminare con orgoglio da italiano per le vie del centro, leggendo l'ammirazione negli occhi dei nostri ospiti. Quella che ho visto, in questi giorni al Foro Italico-Roma. Basta scuse e al lavoro. Potrebbe persino piacervi.

17-05-2017 Le emozioni dello sport, le speranze e... le delusioni

Fabio Fognini ha fatto impazzire il Centrale del Foro Italico. Serviva la partita perfetta, per battere Andy Murray e l’azzurro ha giocato la partita perfetta. Tante volte abbiamo visto Fabio sviluppare un grandissimo tennis, ma raramente per un intero incontro. Ieri sera, il nostro N.1 ha cominciato benissimo e ha chiuso ancora meglio. Nel primo set, Murray è stato distrutto, spazzato via dal campo, ma è nella seconda partita che Fognini ci ha impressionato: quando è andato a servire per il match, sul 5-2, e ha subito il break, abbiamo tremato. Esattamente come ciascuno dei 9000 spettatori del Centrale. E’ in quel momento che potevano tornare i fantasmi, i demoni che troppe volte hanno limitato questo grande giocatore. Fabio, invece, ha saputo dominare i nervi, è rimasto nel match e ha portando a casa la partita perfetta. Soprattutto, ha conquistato una vittoria strameritata, in cui il N.1 al mondo sembrava giocare dalla nostra parte del campo. Per il pubblico di Roma, è stata una serata magnifica, attesa da troppo tempo: l’Italia ha fame di tennis, ha fame di vittorie, vuole innamorarsi di un campione, come accadde nei ruggenti anni ’70. Non sappiamo se per Fognini sia troppo tardi, per qualcosa di grandissimo. Sappiamo, però, che i sogni alimentano le imprese impossibili, quando tutto sembra andare al posto giusto. Fabio Fognini ha l’età giusta e la consapevolezza che non saranno ancora tanti i treni a passare. Proprio in queste ore, poi, un figlio in arrivo da Flavia Pennetta. Il tempo delle follie è alle spalle, è il momento di godersi il bello e l’importante della vita. E’ il momento di provare a fare la storia. 

16-05-2017 Il calcio, i complottisti e l'antico (e pericoloso) vizio italiano

Vogliamo definitivamente uccidere il calcio e la passione? Basta insistere con dietrologie, sospetti, maldicenze, pur di nascondere la verità e soprattutto difetti e mancanze delle proprie squadre del cuore. Non sono un ingenuo e so perfettamente cosa sia accaduto tante volte, nelle ultime giornate di campionato: squadre molli, pronte a cedere facilmente all’avversario, ancora in corsa per un obiettivo. Basta, però, questo per definire tutto marcio, pianificato, venduto? Sì, se non abbiamo voglia di parlare di sport e preferiamo il complottismo. Che poi è un difetto nazionale, non certo limitato al pallone. Ieri sera, mi sono preso qualche bell’insulto, per aver scherzato sulla Juventus battuta a Roma. Chiarendo di non aver creduto, neppure per un secondo, all’ipotesi dell’avversario che si ‘scansa’, pur di fregare il Napoli, degli illuminati tifosi della mia stessa squadra mi hanno detto di tutto in Twitter. Nella migliore delle ipotesi, mi hanno tacciato di ingenuità… ma diciamo che il tenore dei messaggi era ben più violento. Stesso discorso, è ovvio, per il Torino travolto dal Napoli al pomeriggio, etc…

Come se ne esce? Dicendo la verità ai tifosi e agli appassionati: è il compito di noi giornalisti. Alcuni dei miei colleghi si nascondono dietro la foglia di fico di non dichiarare il proprio tifo, ma alimentano regolarmente la cultura del sospetto. Bene, io tifo Napoli, ma non sono un pirla: gli Azzurri giocano di gran lunga il miglior calcio d’Italia, segnano come nessuno, sono i più belli e divertenti di tutti, ma hanno pareggiato due volte con il Sassuolo, una volta con il Palermo e una volta con il Pescara. E’ tutto lì. Se Sarri dovrà preparare il preliminare di Champions League, la colpa non è di inesistenti pastette, ma degli ultimi, ma significativi passi ancora da compiere della squadra. Il Napoli ha tutto per vincere e anche presto, che non perda tempo ed energie con le cavolate. L’obiettivo è vicino, ma l’ultimo metro è sempre il più lungo da percorrere.

14-05-2017 La bellezza e la classe del tennis e dei suoi appassionati. Un mondo da vivere

Gli Internazionali BNL d’Italia sono un evento da vivere, prima che da raccontare. C’è il tennis stellare dei più grandi giocatori e giocatrici della terra, ma soprattutto l’occasione di vivere lo sport come dovrebbe essere, anche nell’era del professionismo sfrenato. Passione, tifo, simpatie e anche antipatie, ma nel rispetto dell’avversario. Sempre. Si viene al Foro Italico, per partecipare a una festa. A poche decine di metri dallo stadio Olimpico, purtroppo non di rado palcoscenico di momenti di inciviltà, legati al calcio, non puoi non pensare alla china presa dallo sport più popolare d’Italia. Qui, sembra un altro mondo e non perché il tennis non possa accendere la passione, anzi. E’ una questione di educazione sportiva e spesso di educazione e basta. Decine di migliaia di persone sciamano, fra i viali del Foro, ma a fine giornata non si ha mai la sensazione del passaggio degli Unni. Anche questo è un piccolo miracolo del popolo del tennis e degli Internazionali, in modo particolare. La Grande Bellezza, del resto, è qui: sfidiamo chiunque a non farsi affascinare dal luogo. Sono i contrasti di colori e suoni a colpire: immersi nel verde e dominati dalla collina di Monte Mario, i campi in terra rossa degli Internazionali spiccano nel fazzoletto di terra, compreso fra il Tevere e la mole dell’Olimpico. Ovunque, il bianco accecante dei marmi del Foro e l’arcobaleno dei tifosi. Aspettando un incontro o sbirciando un allenamento di Nadal, è bello anche solo fermarsi un minuto e farsi scorrere la gente e l’Evento attorno. Respiratelo e godetevi lo sport. Il match point è tutto vostro.

10-05-2017 30 anni di scudetto Napoli, oggi come allora. Parliamo di emozioni

Se 30 anni vi sembran pochi... Oggi, tre decadi fa, noi napoletani sperimentavamo il delirio collettivo, come raccontavo qualche giorno fa.

Lo avevo promesso: proverò, ancora una volta, a spiegare il perché di uno dei più solidi e duraturi amori, fra una collettività e un singolo uomo. Lo scudetto del 1987 fu lo scudetto di Napoli e di Diego Armando Maradona. Non lo vinse da solo, ma sarebbe stato impensabile farlo senza di lui. Eppure, l'eterno amore non si fonda tanto sui giorni della gioia assoluta, ma sulla promessa fatta e mantenuta. Diego, passando dalla gaudente Barcellona, arrivò a Napoli dritto dal barrio di Buenos Aires, dove il genio era nato nel fango delle prime, infinite sfide dei ragazzini. E da Villa Fiorito, che di fiorito aveva giusto il nome, Maradona si era portato un'indomabile voglia di ribaltare il mondo. Sulle sponde del golfo, trovò il palcoscenico ideale, per la sua rivoluzione. Promise e realizzò, in una terra abituata alle parole al vento. Ho sempre considerato vagamente ridicolo il tentativo di santificare un uomo controverso e complesso, come Diego Armando Maradona. Quasi si sentisse la necessità di elevarlo oltre il giudizio comune, per spiegare come tante gente seria ed equilibrata potesse amarlo, senza farsi condizionare dal suo innegabile dark side. In fin dei conti, basterebbe ricordare che il Dieci fece quello che aveva annunciato: vincere. Per Napoli e da leader, non capopolo. Il Maradona Masaniello, non a caso, cadrà, quando chiederà provocatoriamente di non vedere una bandiera milanista al San Paolo. Ma questa è un'altra storia.

Tornando al 10 maggio 1987, un altro elemento aiuta a capire: le fotografie di quel giorno. Oltre a provocare ancora oggi terremoti emotivi, le istantanee del San Paolo e della festa in città ci restituiscono lo scambio d'amore fra il popolo e il Mito. L'allora ventisettenne Maradona è all'apice della carriera e della vita, le ombre sono ancora solo un'eco sussurrata e gli occhi ridono. Fermatevi un momento sugli sguardi: il suo, gioia pura, per aver ribaltato un'altra volta la storia, dopo l'incredibile Mondiale messicano. Quello della folla, che lo circonda adorante, lasciandogli il mezzo metro di spazio vitale. Di rispetto. In quegli occhi, c'è una riconoscenza assoluta e bambina: Napoli non era ai suoi piedi, era tutta intorno a lui. In cerchio, pronta a giurare di difenderlo sempre e comunque, per quello che aveva saputo fare. 30 anni dopo, Napoli è ancora in cerchio, in piedi, per Diego.

09-05-2017 Luigi Di Maio, il Movimento 5 Stelle, il futuro e l'evoluzione. Che non è una brutta parola

Questa mattina, a Rtl 102.5, abbiamo ospitato Luigi Di Maio, uno dei possibili candidati-Premier del Movimento 5 Stelle. Il più accreditato, secondo molti. Quello che ha studiato di più e meglio per risultare credibile, aggiungo subito io. Un'ora di chiacchierata non basta a capire tutto e neppure ad affrontare la maggioranza dei temi sul tappeto, ma certo aiuta e tanto a farsi un'idea. Sono abituato a essere intellettualmente onesto: Luigi Di Maio mi è apparso equilibrato, ragionevole, disposto a trattare sulle regole comuni con il Grande Satana (Renzi). Insomma, mi è sembrato ben poco... Movimento 5 Stelle. Per spiegarmi, ricorro ai commenti ricevuti in tempo reale, a Rtl 102.5: complimenti, critiche, incitamenti e prese di distanza, come è normale. Rumoroso silenzio, però, dell'area più 'movimentista', quei signori che ogni santissima mattina ci ricoprono di insulti preventivi, per il semplice fatto di esistere e di essere stati bollati - da loro medesimi, ovvio - nemici, inaffidabili, giornalai, venduti, schiavi, prezzolati del sistema e sciocchezze varie. Dov'erano? Erano rimasti incantati dalle parole di Di Maio, fino a essere ridotti al silenzio? Non credo. Credo, piuttosto, non amino troppo questo volto del M5S, credibile, aperto, persino dialogante. Troppo 'normale', per chi crede che l'unica soluzione sia sfogare rabbia, odio e frustrazione. E' una grande sfida, per il Movimento di Grillo e per aspiranti-leader come Luigi Di Maio, tenere insieme quella parte di base rimasta ai 'Vaffa' (e già vagamente nostalgica di un po', sana bava alla bocca) e l'esigenza di accreditarsi come forza di Governo credibile. E' una strada stretta, che passa da inezie come la politica estera, cioè il posizionamento dell'Italia nello scacchiere internazionale, l'Europa, la politica economica, le tasse, l'informazione... non si può fallire, se si è stanchi - come ci ha fatto capire Di Maio - di essere etichettati come 'populisti'. E' l'unica strada che porti al Governo, se non si è interessati solo al potere.

Se volete riascoltare e rivedere l'intervista a Luigi Di Maio di questa mattina, ecco il link: https://rtl-dev.thron.com/cloudlink/connectors/resources/download/get/rtl/condivisione/IT/3121f6e5-fcf2-419e-b4e9-8b8bbd45655b

06-05-2017 La Radio in Italia, chi rosica e chi pensa a fare sistema. Sul serio

Volete sapere perché la radio, in Italia, fa fatica a prendersi lo spazio che merita? Volete sapere perché la parrocchietta vinca sul sistema? Basta dare un'occhiata all'intervista rilasciata da Linus a La Stampa... Tema: X Factor, ma soprattutto Rtl 102.5. Non amo parlare di me stesso e del mio ambiente di lavoro, preferisco siano gli ascoltatori e i numeri a farlo. Questa volta, però, no. Il direttore di Radio Deejay si è lanciato in accuse troppo spiacevoli,  per non reagire. Commentando il passaggio del talent musicale di Sky, dall'accordo con Deejay alla sinergia con noi, Linus ha  testualmente dichiarato: 'Rtl 102.5 si è buttata sopra X Factor, con l'eleganza che la contraddistingue'. Ancora, 'loro (noi) sono un ipermercato della musica e, se sono contenti a X Factor, vuol dire che sono pronti ad abbassare ancora il livello'. Un commento intriso di un tale rancore, da lasciare senza fiato. Ma non senza parole. Non pretendiamo alcun riconoscimento dei  nostri eventuali meriti, ma un minimo di fair play sarebbe auspicabile. Come si può mai sperare di crescere, come mondo-radio nel suo insieme, se si scende a questo livello? Se si manca di rispetto in modo così clamoroso, quasi con indifferenza, come si può pensare di studiare strategie e regole comuni, lasciando che siano il lavoro e il pubblico i giudici supremi? Quello di Linus è il tic del piccolo mondo antico, dove il proprio orticello e un ego ipertrofico contano più di qualsiasi cosa. Eppure, solo un mese e mezzo fa avevamo mandato un piccolo, ma significativo segnale, ospitando proprio Linus, in Nonstopnews, su Rtl 102.5. L'occasione, la festa per il compleanno di Radio Deejay, a cui ci era sembrato naturale fare gli auguri, cogliendo l'occasione per ragionare insieme di futuro. Ci eravamo trovati tutti d'accordo, nel sottolineare l'esigenza di lavorare di squadra, per il bene di questo meraviglioso mezzo. Già, proprio così...

Non so a Radio Deejay, ma all'ipermercato della musica ricordiamo un leggendario pezzo italiano. Dovrebbe fare più o meno così: "Parole, parole, parole..."

05-05-2017 L'Italia, le lauree, i politici, Harvard e Di Maio

Che strano Paese il nostro... non si nega a nessuno - ma proprio nessuno - un 'dottore', ma allo tesso tempo sembriamo ancora comicamente legati a titoli e titoloni, dimenticando la sostanza delle cose. Leggendo le cronache della comparsata ad Harvard di Luigi Di Maio, mi ha colpito una critica (voleva essere particolarmente feroce) di un dottore (nel senso di medico). Il concetto era più o meno questo: vieni qui, in uno dei più importanti atenei al mondo, ti candidi a guidare il Paese e non sei neppure laureato. Ho subito pensato: e allora?!

Sono personalmente un fanatico della preparazione, della formazione, credo che il merito emerga solo impegnandosi giorno dopo giorno e faticando. L'ho sempre detto in radio e ne ho fatto una mantra, contro disfattisti, populisti e compagnia latrante. Attenzione, però, è il titolo in sé stesso a garantirci tutto ciò? Se Di Maio avesse la laurea, sarebbe più sopportabile l'ambiguità sui vaccini?! Sarebbe meno grave non conoscere a fondo la geopolitica sudamericana o anche solo la geografia e la storia?! Mi ha profondamente colpito come un professionista italiano, da tempo impegnato all'estero, possa aver conservato le stigmate del classico barone di casa nostra. Le persone si giudicano per le loro parole e azioni, per la capacità di seguire coerentemente e con onestà intellettuale un'idea, non certo per una laurea, presa magari chissà dove e chissà come. Eccolo il punto centrale: smettiamola di essere fissati con il titolo! Le lauree non sono tutte uguali e le Università sono diversissime fra di loro, bene dirlo ai ragazzi. Anche con un certa durezza. In alcuni casi, meglio non perder tempo, fare uno stage, piuttosto che un esame farlocco. Se continuiamo a cadere in questo equivoco, io mi preoccupo. Perché come arma, contro i populismi, è totalmente spuntata. In una fase storica, in cui l'ignoranza non è più nascosta con vergogna, ma magari esibita e sbandierata come distinzione dal 'potere', non sarà un Dott. a salvarci! 

Di Maio ci convince? Bene. Non ci convince? Ne renderà conto come politico. Per il 'Dottore', basta andare da qualsiasi parcheggiatore abusivo: concedono lauree sul campo. Costano 2 euro.

03-05-2017 L'Italia dell'impresa che piace a noi. Gente che ci crede. (Non c'è solo Alitalia...)

Oggi pomeriggio, avrò ancora una volta l'onore di presentare le nuove aziende del Programma 'Elite' di Borsa italiana, il percorso di crescita ideato dal management di Borsa, per aiutare le Pmi del nostro Paese a strutturarsi, crescere, in definitiva ad attrezzarsi a battere una concorrenza sempre più agguerrita e globale. 'Elite' è un clamoroso successo italiano, arrivato a 5 anni di vita e oltre 500 aziende protagoniste. Esportato dapprima in Gran Bretagna, poi in tutta Europa e anche in Paesi come il Marocco, il modello 'Elite' funziona, perché punta sul meglio dell'imprenditoria di casa nostra: inventiva, duttilità, agilità, genialità e un pizzico di follia. Gli imprenditori di Serie A non hanno bisogno di aiuti a pioggia, non cercano protezioni e protezionismo: vogliono essere messi in condizione di crescere. Hanno bisogno di strumenti e Borsa italiana, con 'Elite', li fornisce. Il goal, l'obiettivo non è necessariamente la quotazione: prima di tutto, c'è la formazione e l'idea dell'apertura al mercato dei capitali. Basterebbe questo, per comprendere la lungimiranza dei manager di Borsa: in una visione vecchia e immobile, a Piazza Affari non dovrebbero occuparsi d'altro, ma il mondo cambia e se non ti sai innovare, ci vuole un attimo a trovarsi superati e superflui. Che sia un monito, per l'indecoroso spettacolo, offerto da Alitalia in questi giorni. C'è un'Italia dell'impresa, che cresce e fa profitti, senza chiedere nulla e senza impegnare un euro di soldi pubblici. C'è un'Italia di manager capaci e coraggiosi, in grado di far crescere le proprie aziende e creare posti di lavoro. Io parlo di questa Italia e la metto in diretta contrapposizione, con quella dell'incapacità, delle buoneuscite scandalose e dei soldi di Pantalone. Si può fare!

02-05-2017 Si avvicinano i 30 anni del 1° scudetto del Napoli

Mercoledì prossimo saranno 30 anni. Tre decenni dal primo scudetto (di due...) del Napoli. 1987-2017: basta scriverlo, per sentire il peso degli anni passati e la distanza fra il cacio di allora e quello di oggi. E' cambiato tutto, si fa fatica a ricordare la liturgia della domenica pomeriggio, ormai sostituita da una sequenza infinita di partite, in ambienti, luci e colori completamente diversi da allora. I giocatori sono fisicamente differenti, le maglie talvolta irriconoscibili (per motivi... scaramantici, il Napoli non gioca più in azzurro da mesi), il San Paolo un vetusto rudere. Noi, bè noi siamo maledettamente cresciuti da allora, ma c'è qualcosa che non invecchia: la memoria e le sensazioni. Sfido tutte le ironie dei tifosi di altre squadre, scrivendo queste righe, ma non ho tempo per chi scambia lo sport con il Palmarès. Lo scudetto del 1987 non fu solo un trionfo sportivo, fu un momento di sublime autocoscienza collettiva, un godimento così assoluto e profondo, da aver preso posto, fra i ricordi più intimi e familiari di tantissimi. La nascita dei figli, certo, il matrimonio (non sempre), il 10 maggio 1987 senza alcun dubbio: non c'è napoletano vicino o lontano, che non ricordi dove fosse, cosa fece e cosa provò. Fra parentesi, tifare Napoli non era neppure condizione imprescindibile... personalmente, ballai in strada portando sulle spalle un mio compagno di scuola, visceralmente milanista. Quel giorno, fu Napoli a far festa. Tutta Napoli, annullando stratificazioni sociali, che nel capoluogo partenopeo si vedono e si sentono tantissimo, ogni giorno. Andarono a festeggiare anche i miei genitori, mai troppo interessati al calcio: quel pomeriggio, restare a casa non era contemplato. Se qualcuno dubita ancora del valore sociale del calcio, si vada a rivedere le immagini della festa di popolo di 30 anni fa. Attenzione, non ci fu alcun riscatto di Napoli, grazie allo scudetto: questa, sì, è una leggenda, utile ai soliti e polverosi commenti sulla 'plebe' partenopea. Quelli restano anni assolutamente bui, per la città, preda di una criminalità organizzata strapotente e di una politica strafottente. E' semplicemente un'altra storia: la storia di chi ribaltò il mondo e le graduatorie del calcio, basandosi su un fenomeno unico, ma anche su programmazione e lavoro. Il Diez fornì la scintilla del carisma assoluto, senza di lui non ci sarebbe stato nulla, ma solo con lui non si sarebbe vinto. Sì, non ho scritto di Lui: alla prossima, per questo, ma oggi volevo ricordare Napoli, nei suoi giorni dolci e comunque irripetibili, perché la prima volta...

01-05-2017 Dopo le Primarie del Pd, che Renzi sarà?

Lo scrivevamo la scorsa settimana, dopo aver intervistato Matteo Renzi, a Rtl 102.5: Primarie senza alcuna storia, con due avversari votati alla sconfitta e anche un po' intimiditi dalla statura politica dell'ex e neo segretario del partito. Sin qui la (facile) conferma, di quanto ritenevo lampante. C'è, però, una grande e oggettiva sorpresa, se non si vuole essere partigiani: le primarie si sono mostrate molto più vitali, di quanto fosse lecito attendersi. Non solo per i due milioni di votanti, ma per l'impressione generale: i militanti si sono mobilitati e i non iscritti hanno fatto sentire la loro voce, forte e chiara a favore di Matteo Renzi. Ecco, se la vittoria era scontata, non era scontato come vincesse l'ex-Presidente del Consiglio. Non stiamo parlando di mere percentuali, comunque vagamente bulgare, ma di slancio: in questo, Renzi è sembrato per la prima volta veramente 'oltre' il 4 dicembre. Sino a ieri, nel recitare l'inevitabile parte dello sconfitto, pronto a riconoscere i suoi errori e ad affrontare la camminata nel deserto, risultava sempre un po'con il freno a mano tirato. A tratti innaturale. Ieri sera, si è visto un Renzi 2.0: attentissimo a parlare al suo partito, a blandire i militanti, l'associazionismo e compagnia bella, ma pronto a poche, perfide stilettate agli avversari interni ed esterni. Nessuna concessione e nessuna mano tesa, a possibili alleati. Solo Pd e la sua squadra, come a dire: attenti, che con me e noi dovrete tutti fare i conti. Il Renzi-leader, insomma, che molti detestano, ma che funziona ancora. Almeno nel Partito Democratico. Quanto possa funzionare alle Politiche è presto dirlo, ma ripeterò ciò che scrivevo la scorsa settimana: Renzi non starà magari benissimo, ma altri potrebbero stare peggio. Pay Attention.

29-04-2017 Il lavoro, i ragazzi e i luoghi comuni. Pericolosi

Domani, all'Indignato Speciale, su rtl 102.5, ci occuperemo di Alitalia e di 'riscoperta' del posto fisso, due temi molto più interconnessi fra di loro, di quanto possa apparire. In Italia, la passione per il 'posto' non è mai tramontata, ma ultimi sondaggi sembrano indicare una vigorosa retromarcia generale, rispetto all'evoluzione del mondo del lavoro. Alla vigilia del 1° maggio, un tema mica male...

Ieri, ho trascorso una bellissima e istruttiva mattinata all'Università Cattolica di Brescia, a parlare con i ragazzi del corso Stars, un'occasione per ragionare proprio del lavoro che ci aspetta. Amo essere diretto: in tanti dei loro occhi ho visto sincera sorpresa e un certo allarme, quando ho sottolineato con forza come non mi freghi nulla della tessera di giornalista o del contratto, nella valutazione del valore professionale di un collega. In quella meraviglia, in quel malcelato fastidio (di alcuni, ovvio), c'è tutto un mondo familiare e formativo di oggi. Quante mamme e quanti papà insistono a bombardare i nostri ragazzi di indicazioni fosche e demotivanti? Quanti giocano con il fuoco, sparlando dei professori dei loro figli o, peggio, sostenendo a gran voce che nulla può più di una cara, vecchia raccomandazione? A scuola e all'Università, poi, i ragazzi magari si imbattono in geniali prof, secondo cui l'alternanza scuola-lavoro sarebbe l'anticamera dello schiavismo e il futuro all'insegna del precariato. Loro parlano, rigorosamente al calduccio di insopportabili baronati universitari, i nostri figli ascoltano e pensano che non ci sia alternativa, non ne valga la pena, che si stava comunque meglio prima. Per quello che vale, ieri io ho quasi urlato che passione e preparazione fanno tutta la differenza del mondo, che sta a loro scegliere: impegnarsi e seguire professori motivati e al passo con i tempi o condannarsi a un eterno, inutile, sfiancante lamento. Maledicendo i privilegi e gli statali, ma sognando esattamente quello: il posto fisso, possibilmente al Comune (leggere anche qui i recenti sondaggi). Sto dicendo che è facile? Al contrario! Sto dicendo che è difficile, che il mondo è competitivo e non si ferma ad aspettarti: l'unico modo per aiutare tutti, senza lasciare indietro i meno fortunati, è offrire una scuola e un'Università che premino i migliori. Che facciano selezione, dando sempre una seconda opportunità, ma non a scapito della qualità. Ragazzi, vi prego, la prossima volta che mamma e papà si lanceranno in furibonde critiche distruttive, chiedendo posto fisso,

articolo 18, 6 e 18 per tutti, chiudete gli occhi, mettete su le cuffie e ascoltatevi Born to Run. Non c'è tempo da perdere.

27-04-2017 Matteo Renzi, le Primarie Pd e la futura battaglia, per le elezioni politiche

Hanno ancora un senso elezioni primarie, fatte così? La domanda va fatta ed è bene che il Partito Democratico si dia una risposta, un minuto dopo la chiusura dei seggi e la proclamazione del vincitore. Il confronto a Sky è stato a tratti stucchevole, un ping pong stanco, fra tre contendenti che si erano già detti tutto. Di questi, uno - Renzi - sa di vincere anche senza far nulla e sta attento solo a non sbagliare, gli altri due - Orlando ed Emiliano - giocano al poliziotto cattivo e al poliziotto buono, in un misto di antipatia/deferenza, per il più quotato ed esperto avversario. Risultato: in Tv non se li è filati nessuno e i pochi coraggiosi sonnecchiavano. In fin dei conti, una parentesi, in questa sfinente ed infinita campagna elettorale, per le politiche (del 2018 o 2017, boh). Il vero interrogativo è cosa ne sarà di Matteo Renzi: archiviato il prevedibile successo di domenica, l'ex-Presidente del Consiglio saprà reinventarsi una narrazione e una presenza dirompente, come ai tempi delle vere primarie contro Bersani, nel 2012? Oppure, si avvierà allo scontro con i 5 Stelle e il Centrodestra quasi per inerzia, sull'onda di uno zoccolo duro importante, ma forse non decisivo? Che Renzi sia un leader nato è evidente, ma è un leader divisivo. In questo, la più forte somiglianza con Silvio Berlusconi. Saprà riproporsi ai tanti, che lo hanno clamorosamente mollato sul più bello, il 4 dicembre? Saprà tornare energico, ma non sfibrante? Decisionista, ma non presuntuoso? Leader, ma non arrogante? Divertente, ma non sarcastico? Le domande sono queste, mentre gli avversari affilano le armi e lo attaccano quotidianamente a testa bassa. Ne gode Paolo Gentiloni, criticato e marcato immensamente meno di colui che lo ha indicato per Palazzo Chigi. Ne godono le opposizioni, che hanno gioco facile, a impallinare un Renzi di Governo, ma non più al Governo. Non tutto, però, è contro di lui: Di Maio, Di Battista e Salvini sono avversari senza investitura e potrebbero arrivare cotti al momento decisivo, mentre Berlusconi deve decidere cosa fare. Per concludere, Renzi non sta benissimo, ma potrebbe stare meglio di quanto pensino molti. Già, ma quale Renzi?

Ps

Queste righe seguono la chiacchierata di questa mattina, a Rtl 102.5, con Matteo Renzi. Se siete interessati: https://rtl-dev.thron.com/cloudlink/connectors/resources/download/get/rtl/condivisione/IT/12be6b09-a23c-4cda-90fb-cbf4f620b304

26-04-2017 La libertà di stampa è una cosa seria, ma alcuni la usano come clava. Con sorpresa finale

Non ho mai dato molto credito alla classifica annuale, sulla libertà di stampa, nel mondo. Non per sfiducia in Reporter Senza Frontiere, ma perché, vivendo questo mondo da quasi 30 anni, mi ha sempre fatto sorridere l'immagine dei giornalisti pecoroni. Ce ne sono? Certo. Ce ne saranno? Altrettanto certo. Per questo, la stampa, in Italia, non è libera? Falso. La stessa classifica segue parametri che tutti gli esperti del settore contestano, perché cercano di rendere omogenee Paesi e realtà totalmente diverse, con effetti paradossali. A meno che, ovvio, parlare di una stampa di regime non convenga, oggi a me e domani a te. Nel 2017, guadagniamo 25 posizioni, dalla 77° alle 52°: evviva, ma scavando fra le parole dedicate all'Italia, nel rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere, si fa una scoperta quanto meno singolare. Dunque, restiamo nelle zone basse della classifica, sostanzialmente per due motivi. 1) Le minacce della criminalità organizzata e, in questo caso, la faccenda è terribilmente seria. 2) Le pressioni politiche sui giornalisti e qui è meno seria o almeno preoccupante. Da mesi, il Movimento 5 Stelle e i suoi attivisti battono sul tasto della stampa venduta al potere, al regime, a Renzi, a Berlusconi, etc. Una stampa non libera e schierata contro il Movimento. Spessissimo, citando proprio il rapporto sulla libertà di stampa di Reporter Senza Frontiere. Peccato che quest'anno si legga: il freno alla libertà dell'informazione è anche 'effetto di responsabili politici, come Beppe Grillo, che non esitano a comunicare pubblicamente il nome dei giornalisti, che danno loro fastidio.' Ad additarli, insomma, come nemici. Scommetto che buona parte dei solerti attivisti, pronti a insultar(mi)e sui Social, non faranno menzione di questo passaggio. Perché, in Italia, molti hanno bisogno di un nemico, per vedere qualcosa, quando si specchiano al mattino. 

25-04-2017 L'Alitalia e i No solo apparentemente folli

Alitalia ha detto 'No'. I dipendenti hanno bocciato il preaccordo, ma a dire di 'No', al futuro, al profitto e in definitiva all'orgoglio di se stessi, da anni è l'Alitalia tutta. Il clamoroso voto di ieri è solo la logica conseguenza di un modo di essere e di pensare, di ritenersi 'speciali', in barba a qualsiasi logica, prima ancora che delle regole di mercato. Abituati al salvataggio, a un nuovo salvataggio e, quando tutto sarà finito, un altro salvataggio ancora, i dipendenti di quello che fu un vanto dell'Italia hanno fatto una scommessa rischiosissima, apparentemente folle, ma in realtà lucida: è un 'All In', sull'intervento dello Stato. Il ragionamento, sullo sfondo della mentalità di cui dicevo prima, è semplice: nessun Governo si permetterà di lasciar fallire un'azienda di queste dimensioni e di lasciare a casa 12.500 persone, oltretutto in un anno elettorale. Così, muoia Sansone, con tutti i Filistei, che poi qualcosa accadrà. Scommessa giusta? Può darsi, considerato che è già partita la grancassa di non pochi politici, che invocano il salvataggio dei lavoratori, ma abbastanza difficile. Forse semplicemente fuori dal tempo. Il commissario o i commissari non potranno far altro che cercare un improbabilissimo nuovo compratore, oppure avviare la liquidazione. L'Alitalia verrebbe venduta a pezzi, aerei e slot (diritti di atterraggio e decollo), in primis. A quel punto, a difendere i posti di lavoro non ci sarebbero che le regole applicate in questi casi. Ne salterebbero a migliaia e non ci sarebbe proprio nulla da fare, nonostante chi accuserà questo o quello di essere l'unico responsabile. La verità è che in Alitalia il fallimento è di tutti: Governi uno dietro l'altro, manager di incapacità pari solo ai loro costi, alleati infedeli e maldisposti, dipendenti viziati da anni di vacche grasse, sindacati ormai semplicemente ignorati. Un capolavoro al contrario, a cui va messa in qualche modo la parola fine. Per rispetto della storia  e di anni gloriosi e soprattutto delle migliaia di lavoratori italiani, che si sono trovati in strada, senza uno straccio di tweet del politico di turno. Alitalia non merita - non più - un trattamento 'speciale', perché si è dimostrata inaffidabile e sprecona e i soldi di Pantalone sono finiti.

24-04-2017 Marine Le Pen, Parigi e noi

Marine Le Pen può ancora fare la storia, può vincere. Difficile, ma non impossibile. Questo è un fatto, ad oggi improbabile, ma Brexit e Trump devono consigliare prudenza a tutti... Detto questo, è francamente inutile negare che il suo risultato sia stato inferiore alle attese. Da un anno, si suonava la grancassa (soprattutto chi di Marine non sopporta nulla) della sicura, larga affermazione  al primo turno. Ha fatto il record di voti del Front National, per carità, ma dopo tutto quello che è successo, alzi la mano chi non prevedesse ben altro. Soprattutto, colpisce il fallimento a Parigi: neppure il 5%! Per capirci, persino il derelitto socialista Hamon ha raccolto il doppio dei consensi, nella capitale. La città colpita due volte con inaudita ferocia e sottoposta a uno stillicidio di micro e macro attentati da far perdere la testa, non ne ha voluto sapere del messaggio lepenista. Non poco, proprio per nulla. Attenzione, non solo la Parigi multietnica dello smisurato circondario, ma anche il centro francesissimo e relativamente meno influenzato dall'ondata migratoria. Come è mai possibile? Forse, la risposta non è tanto o solo nella Parigi di oggi, ma in ciò che significa Parigi. Per la Francia e per il mondo. Ci sono luoghi, in cui il pensiero, il ragionamento, l'approfondimento, il confronto ci hanno reso ciò che siamo. A Parigi, per secoli, uomini e donne hanno cercato una via, magari non la più breve e apparentemente più facile, ma quella che permettesse di andare più lontano. Quest'eredità non si disperde. Neppure quattro anni di occupazione nazista vi riuscì, figuriamoci i sanguinari assassini, con cui ci troviamo a fare i conti oggi. Ricordiamolo. Ricordiamocelo, perché oggi mi è bastato sottolineare, in un banale tweet, l'oggettivo flop della Le Pen nella Ville Lumiere, per essere tacciato delle peggiori nefandezze: schiavo dei poteri forti, nemico dei poveri, innocenti populisti, etc. Il solito armamentario di questi tempi, senza memoria. Per fortuna, Parigi ha memoria. Il che può non significare nulla, in vista del ballottaggio, ma consola chi non si arrende al qualunquismo. Del resto, tutto era stato già detto 2448 anni fa, in un altro dei luoghi a cui dobbiamo tutto: Atene. Pericle così parlava ai suoi concittadini: "Qui ad Atene noi facciamo così. La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così."

Io credo, anche a Parigi.

23-04-2017 La Francia, le elezioni e... Macron

Scrivo parzialmente al buio o meglio alla luce delle proiezioni, che sono sempre un po' un salto nel buio... Alle 22.30 di questa cruciale domenica francese ed europea, mentre i dati ufficiali danno la Le Pen in testa, le analisi statistiche assegnano il primo posto a Macron, in vista del ballottaggio, fra due settimane. Magari sarà così, magari no, ma non sarà il sia pur importante primo posto a modificare il dato di fondo: un candidato quasi sconosciuto, almeno fino a sei mesi fa, senza un partito, senza un apparato, senza una storia politica, è la speranza della Francia che non si rassegna al futuro lepenista e di tutta l'Europa, che sogna di ripartire. E questo è tanto, tantissimo, soprattutto perché ottenuto senza nulla di quell'insopportabile armamentario, che sembra soffocare ogni possibile ragionamento pacato e concreto. Partirà favorito, in vista del ballottaggio, un candidato che non urla, non odia, non vuole espellere nessuno, non vuole fantasiosi referendum anti, parla di Europa, senza insultare l'ideale unitario, ma chiedendone la realizzazione, nell'interesse dei cittadini. Addirittura, un candidato che sfoggia orgoglioso le bandiere azzurro-stellate ai suoi comizi, mentre in giro per il continente non sembra esserci modo migliore di raccattare voti che sputare su tutto ciò che sa di Europa. Per la Le Pen la notizia è bruttissima: ha un avversario tosto, che non parla la sua lingua. e non gioca la sua partita populista. Macron non ha un nemico giurato, da additare a folle furibonde, ma vuole e può vincere.

 

22-04-2017 I papà italiani, i loro pupi e... le piscine...

Un sabato mattina come tanti. Milano, una piscina pubblica come tante. La vasca dei più piccoli è affollata di pupette, pupetti e... papà! Non c'è dubbio: i corsi di acquaticità (quelli riservati ai bimbi più piccoli, ben al di sotto dell'anno di vita) siano dominio assoluto dei padri. Una sorta di spazio temporale e fisico, riservato al rapporto papà-figlio. Le mamme, le onnipresenti, splendide mamme italiane, fanno per una volta da cornice, relegate - per una trentina di minuti, tranquilli - al ruolo di spettatrici e cineaste delle imprese natatorie dei pupi e dei loro orgogliosissimi papini. Ho più volte riflettuto (sono al secondo giro di sabato mattina in piscina, prima Amelia e ora Riccardo...) sul perché di questo strano fenomeno: certo, l'attività sportiva 'attiva' è ancora oggi in qualche misura riservata al genitore maschio. Durante la settimana, peraltro, le mamme vanno benissimo, per accompagnare i ragazzi in palestra o al campo, ma questo è un altro discorso. Tornando a noi, non credo sia solo una ragione pratica. Negli anni, con l'evolversi della figura del papà, i maschi hanno istintivamente cercato degli spazi tutti loro, da godersi con i propri figli. Dei momenti, in cui poter giocare, schizzare, azzardare (con giudizio!) e fare i bimbi con i bimbi. Le mamme osservano indulgenti e lasciano fare, affidando la loro tranquillità molto di più ai bravi e pazienti istruttori, che ai loro scatenatissimi compagni in costumino e cuffia. E così, per il papà italiano medio, spesso Peter Pan più o meno in incognito, quelle piscine sono la bellissima e felice isola che non c'è.

21-04-2017 Briatore, il turismo, i giudizi e i pregiudizi

Diciamo la verità, Flavio Briatore fa di tutto per risultare antipatico a molti. Urticante e non di rado fastidioso, con le sue sparate alla Trump de noantri e l'aria di quello che si diverte a sbatterti in faccia soldi e tenore di vita da parvenu. Non lo ho mai particolarmente amato, anche perché da ferrarista senza se e senza ma, Briatore è stato a lungo l'avversario da battere...

Però, ragazzi, nel suo ultimo libro, 'Sulla Ricchezza', in uscita lunedì prossimo, ci ha preso! Quando parla di razzismo intellettuale italiano ha straragione: facciamo i fighi con il nostro Paese più bello del mondo, ma siamo un disastro nel fare turismo. Più che attrattivi, meravigliosamente respingenti. Briatore pensa ai ricconi, da 20-30 mila euro al giorno, ma il discorso vale anche per noi Very Nornal People! Quante volte abbiamo trovato immensamente più conveniente prenotare in Croazia, Egitto (quando si poteva), Spagna, piuttosto che in Sicilia, Sardegna o Campania?! Il buon, liftatissimo Flavio sarà fastidioso per qualcuno, ma dategli torto... Siamo bravissimi a parole, ma un ragazzo che voglia avviare un'attività turistica, in Italia, ha davanti a sé una via crucis burocratico-amministrativa, prima di avere a che fare con un fisco ossessivo, rapace e non di rado incomprensibile. Una follia assoluta, se pensiamo alle potenzialità uniche al mondo del nostro Sud, per citare un'area dove il tasso di disoccupazione giovanile è siderale... 

Quando, poi, il buon Flavio ricorda che il portale italiano del turismo è tradotto in sei lingue, mentre quello spagnolo in oltre trenta, vince a mani basse. Ora, gli amici salentini potranno anche incazzarsi con Briatore, quando usa espressioni antipatiche, ma dormire sugli allori e sulle disgrazie altrui (prima o poi gli italiani e non solo torneranno in masse sulle rive del Mar Rosso...) è miope. Nella migliore delle ipotesi. Sveglia, prima che ci freghino la pagnotta da sotto il naso. Diffidate da quelli di Capalbio e date un'occhiata a Milano: il mondo del turismo, oggi, è competitivo e feroce. Non c'è tempo di  fare i fighi, ma se si lavora duro e si sfruttano le occasioni - vedi Expo - si può trasformare una città non turistica per antonomasia in una meta di incredibile successo e ricchezza. Come sempre, sta a noi e a ciò che decideremo di essere.

 

20-04-2017 Il calcio, il tifo e... le stupidaggini

Io tifo Napoli. Da sempre, da quando ero bimbo e ascoltavo le partite alla radio, capendoci poco e immaginando molto. La mia passione nacque ben prima dell'epopea di Diego Armando Maradona e degli scudetti. Sognai il tricolore con Krol, ma soprattutto tremai, per evitare la retrocessione... Insomma, sono un tifoso non certo dell'ultima ora, ma soprattutto amo il calcio e lo sport. Vedo azzurro, ma non mi sono mai foderato gli occhi. Non solo per motivi professionali, soprattutto perchè credo fermamente nella possibilità di sostenere i miei colori, senza perdere la ragione. Rispettando l'avversario e riconoscendone la superiorità, se più bravo. Ricordo le epiche sfide di Maradona al Milan di Sacchi: sconfitte brucianti, ma anche successi, che riempivano il cuore e la mente. Questo non mi ha mai impedito di ammirare il più grande rivoluzionario del pallone della nostra epoca. C'è stato un calcio prima e un calcio dopo Arrigo Sacchi. Dovrei negarlo, in quanto tifoso del Napoli? Per inciso, proprio Sacchi, maniaco dell'organizzazione in campo, ha sempre ammesso che a Diego avrebbe fatto fare quello che avesse voluto. Il Diez, però, è un capitolo a parte, unico e irripetibile. Tornando a noi mortali, dovrei far finta di non vedere il magnifico lavoro di Massimiliano Allegri, alla Juventus? Per chi di calcio e sport non capisce nulla, un giornalista dichiaratamente tifoso di una squadra dovrebbe comportarsi come l'ultimo curvaiolo invasato. Se faccio i complimenti a un'altra squadra, secondo alcuni illuminati (e disperati) tifosi del Napoli sarei un traditore della patria, un rinnegato. Questa gente del Napoli e del pallone non sanno nulla. Scambiano la passione, con confusi sentimenti di rivincita storica e sociale. Dovrei scendere al livello di chi accoglie il Napoli, in giro per l'Italia, al suono di 'Vesuvio, lavali col fuoco'? Io non mi sento superiore a quella gente. Sono superiore a loro, anche perchè so cogliere la differenza fra il tifo cieco, irrimediabilmente stupido e l'emozione pura e bambina di un goal (di Diego, io c'ero) vissuto allo stadio.

 

19-04-2017 La gggente e il potere. Rabbia cieca e facile

E' un fenomeno del tutto nuovo. E pericoloso. In passato, la cosiddetta autorità costituita, da quella dei genitori alla scuola, per arrivare allo Stato, non era neppure contestabile. La sola idea di farlo aveva un che di rivoluzionario e inaccettabile. Il principio di autorità era il frutto (esagerato e soffocante) di un modello educativo e di società basato essenzialmente su censo, età e cultura. E le classi facevano tutta la differenza del mondo. Ancora oggi, in Paesi come il Giappone, la frizione fra la forza della tradizione e le tendenze giovanili è fortissima, se non addirittura lacerante. 

Oggi, in Italia, ma non solo, per sempre più persone ciò che è ufficiale e certificato è automaticamente sospetto. Nella migliore delle ipotesi. Non di rado, frutto di oscuri disegni, poteri occulti, club ultrasofisticati e così via. Meno una teoria è basata su dati di fatto, meno trova estimatori nella comunità scientifica e più assume forza. Un ribaltamento completo e a suo modo rivoluzionario. Il paradosso dei nostri tempi. All'urlo di 'morte al sistema', tutto è giustificabile e credibile. I vaccini? Un complotto, ovvio. Si è disposti a credere a tutto (marziani compresi), ma sulla Luna non ci siamo andati. Era un B-movie della Nasa. Uno scienziato, un ricercatore, uno statistico (per tacere di statisti ormai dispersi) si affanna a ricordare dati di fatto e comprovati? Sarà certamente un complottardo, un venduto al sistema di cui sopra, uno schiavo prezzolato, un affamatore del popolo. Il popolo... finalmente libero dall'insopportabile fardello dello studio, della specializzazione, della fatica. Libero di affondare nell'ignoranza più assoluta e spericolata. Vantandosene pure... vuoi mettere lo sfizio?