Archivio pensieri e parole 4

02-04-2018 Il cinema fanciullo e meraviglioso di Steven Spielberg

Un viaggio. Nelle nostre emozioni più fanciulle, prima ancora che nel tempo e nella memoria. Ready Player One è un capolavoro.

Sì, lo so, schiere di affermati e seriosi critici mi smentirebbero o semplicemente mi archivierebbero come un povero dilettante, un Peter Pan facilone e vagamente ignorante. Me ne importa il giusto, cioè nulla.

Perché il nuovo film di Steven Spielberg è Cinema allo stato puro. E' fantasia sfrenata, eppure credibile, è ragionamento sui nostri tempi, senza far finta di essere intellettualoidi o - peggio - criptici, per iniziati. Il Cinema alla sua essenza primaria: svago, con intelligenza, ma soprattutto cuore. Tanto cuore.

Il viaggio regalato al mondo da questo eterno e geniale ragazzo di 71 anni è dentro di noi, grazie al trucco cinematografico per eccellenza: l'immagine al servizio della fantasia. Vi diranno tutti della valanga di citazioni, in Ready Player One, dell'amore sconfinato per la giovinezza (sua e dell'intera generazione anni '80) di Spielberg, dei mille richiami, che porteranno tanti a vedere e rivedere - e ascoltare! - più volte il film. A me, preme sottolineare il vero effetto che può fare Ready Player One, su chi sia disposto a lasciarsi andare: entrare in Oasis. Il videogioco, immaginato dal romanzo di Ernest Cleine e magnificamente riprodotto da Spielberg, permette a un mondo incupito di ritrovare, sia pur solo virtualmente, la luce. Allo stesso modo, tutto il film è un invito all'adulto ad arrendersi e lasciare campo libero al bambino/fanciullo/ragazzo, che ognuno di noi custodisce da qualche parte. Permettere a quel bimbo di tornare alla luce, riprendersi lo spazio, che non dovremmo mai dimenticare di lasciare alla parte più pura e onesta di ciascuno. Ready Player One è questo, se saremo disposti a non vergognarci di cosa vorremmo essere, almeno ogni tanto. In cambio, dovremo solo ammettere a noi stessi che imbracciare una fantasmagorica arma galattica, per salvare i nostri amici e in definitiva il mondo, è qualcosa per cui valga la pena versare una lacrima in una sala cinematografica. E urlare di gioia, all'apparizione del nostro robottone preferito, proprio come 35 anni fa.

A chi sorride cinicamente a queste righe, dedico il finale di Ready Player One. Il resto è Cinema.

28-03-2018 Movimento 5 Stelle, Lega e... Silvio. Un bagno di realismo

All’improvviso, in un ancora freddo giorno di inizio primavera, pasdaran e bollenti spiriti scoprirono le ‘larghe intese’ (dette anche e frettolosamente ‘inciucio’). Sarebbe solo divertente, se non fosse anche una faccenda maledettamente seria e l’unica via, per la formazione di un Governo.

I paladini del ‘mai con quello o questo’ si sono amaramente resi conto che nessuno ha vinto ed è quantomeno stucchevole far finta che i numeri non esistano e siano largamente impietosi, per sogni di gloria in solitaria. Così, quasi con dolce naturalezza, è tutto uno scambiarsi di convenevoli, complimenti, apprezzamenti e chi più ne ha più ne metta. Giustissimo, sia chiaro, logico per tutti coloro che non vedono proprio nulla di strano, nei continui contatti fra diverse forze politiche e nell’esigenza dei partiti di parlarsi e trovare punti di equilibrio. Peccato, però, che si cerchi di cancellare con studiata indifferenza un’intera fase storica, in cui l’unico modo accettabile di rivolgersi all’avversario politico sembrava essere il disprezzo. Si è allegramente passati all’elogio della democrazia parlamentare e della ‘centralità delle Camere’. Detto da chi voleva aprire il Parlamento, come una scatoletta di tonno, non è proprio male.

Intendiamoci, faccio parte dei tanti che ritiene una conquista l’approdo del Movimento 5 Stelle e del neo-presidente della Camera, Roberto Fico, a posizioni realiste e non più velleitarie, se non estremiste. Mi riservo, però, il diritto di chiedere se si possa compiere una svolta di 180°, senza dare uno straccio di spiegazione. Va benissimo sentire la ‘gravitas’ delle istituzioni, presentarsi come garanti e cancellare in tempi da record qualsiasi riferimento di partito dai propri social, ma allora mi aspetterei eguale equilibrio ed evoluzione, nell’affrontare i grandi problemi in agenda. A questo punto, prima la smettiamo con i postumi della campagna elettorale e meglio staremo tutti. Sdoganato il ‘parlarsi’ e preso atto che ‘alleanza’ non è sinonimo di ‘inciucio’ e soprattutto non è una brutta parola, Movimento 5 Stelle e Lega ci spieghino su quali basi intendano governare insieme. Senza se, ma, forse e politichese spinto: cosa si può fare e come. Luigi Di Maio, il traghettatore democristiano (ed è un complimento) del Movimento dalle sabbie mobili dello streaming senza futuro all’area di Governo, dovrà anche dirci, però, come intenda risolvere il rebus-Berlusconi. Per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, è bastato far fare a Salvini il gioco sporco, ma dalla prossima settimana non basterà più. Dovrà accettare l’inaccettabile (fino a ieri), ossia parlare ANCHE con Silvio o puntare tutto sulla dissoluzione del Centrodestra. Gioco pericoloso, dall’esito incerto, che farebbe comunque apparire poco sincera la svolta istituzionale e responsabile del Movimento. La sensazione è che stia arrivando il momento di scelte e spiegazioni non facili: fra Grillo e un bel pezzo di base da una parte e la realtà dall’altra. Scelte e responsabilità, del resto, sono fra le caratteristiche proprie dell’età adulta.

15-03-2018 La Guerra delle Spie. E l'Italia?

La Gran Bretagna risponde con toni da guerra fredda, all’omicidio dell’ex-spia russa, gli Stati Uniti appoggiano il premier May, la Commissione europea si indigna, la Francia fa la Francia e si dissocia da copione e l’Italia… l’Italia non fa assolutamente nulla.

Troppo distratti dall’immane attesa per la soluzione del rebus-Governo, nessuno che a Roma pensi di far sentire la voce del nostro Paese, in una crisi come non se ne vedevano da tanto. Un’ammissione di irrilevanza bella e buona, un rintanarsi nel proprio cantuccio, sperando che qualcuno risolva i problemi e prenda le decisioni anche per noi. La scusa, del resto, c’è ed è anche di quelle buone: non abbiamo un Governo pienamente legittimato politicamente e dunque è meglio starsene zitti e buoni. Troppo comodo e assolutamente insufficiente. Sarebbe carino sapere dai vincitori delle elezioni del 4 marzo, ad esempio, cosa pensino dei nostri rapporti con Vladimir Putin, presenti e futuri. Perché è (anche) da lì che si capirà dove un ipotetico Governo possa condurre il Paese, in politica estera. Già, ma noi abbiamo una politica estera?

In campagna elettorale, il tema non è praticamente esistito e – avendo personalmente rivolto domande in merito a tutti i leader politici – posso testimoniare l’interesse pressoché nullo per argomenti, qui casca l’asino, dalla scarsissima presa sul pubblico. In una politica ridotta, del resto, a specchio fedele delle urgenze più elementari, dei sentimenti più immediati e ‘facili’, non meraviglia nessuno che la realtà internazionale semplicemente scompaia. Troppo complessa e fastidiosa, per farne facili slogan. Peccato che la medesima abbia la spiacevole abitudine di presentarsi alla nostra porta e soprattutto presentarci il conto. Roma sembra trattenere il fiato, in attesa che Di Maio e Salvini scoprano le loro vere carte, ma le partite che contano si giocano molto lontano dai sacri palazzi capitolini. Non avere una strategia, non sapere che strada prendere, procedere per simpatie personali per questo o quel leader, ci costa e potrebbe costarci sempre più. Essere percepiti, per esempio, poco chiari o peggio, nel nostro posizionamento atlantico, mentre Trump scatena la guerra dei dazi, ci porrebbe in una posizione debolissima. Da grande potenza industriale ed esportatrice, non ci resterebbe che sperare nell’Unione Europea, lasciando che sia Bruxelles a fare il lavoro (sporco) al posto nostro. Non meraviglierebbe nessuno, al contempo, un Governo italiano schierato per la fine delle sanzioni alla Russia, un Governo desideroso di apparire amico dello zar Putin. Il non dire, cercare sempre di capire prima dove tiri il vento, per prendere poi una decisione, ci condanna a essere periferia dell’impero. Chi sia l’imperatore, a quel punto, non ha neppure una grande importanza.

06-03-2018 Il Sud, i 5 Stelle, le attese
Cosa si aspetta il Sud dal Movimento Cinque Stelle? È la domanda che, a mio modesto avviso, conta più di tutte. Il successo del Movimento, nel Mezzogiorno, è stato clamoroso. Impressionante. Imbarazzante, per le altre forze politiche. Partiamo da un dato di fatto: al Sud, il fallimento della cosiddetta vecchia classe dirigente ha assunto proporzioni catastrofiche. Solo una delusione totale, radicale, può spiegare l’affermazione in questi termini e con questi numeri di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Senza la premessa, sarebbe impossibile comprendere quanto accaduto. Ilcappotto in Sicilia, le percentuali bulgare in Campania, sono la risposta al totale default di chi ha governato, sia livello nazionale, che locale. Detto questo, una simile affermazione non può essere letta, senza andare dall’altra parte della barricata, fra gli (entusiasti) elettori: se intere comunità si affidano ad una singola forza politica, cosa chiedono alla medesima? Non si tratta di dare la semplicistica risposta, circolata in queste ore sui social: dello specchietto delle allodole del reddito di cittadinanza. La chimera dei soldi facili avrebbe spinto intere legioni di scansafatiche verso il Movimento Cinque Stelle. Ripeto, questa è una lettura semplicistica e anche palesemente rancorosa. Quasi la risposta di chi rosica, per il risultato elettorale. Al contempo, far finta di non vedere che il Movimento Cinque Stelle sia stato interpretato come possibile fonte di trasferimento di denari dal centro alla periferia sarebbe egualmente ingenuo.Il Sud dell’assistenzialismo, termine vintage ma mai realmente passato di moda, esiste eccome. Resiste e anzi si sviluppa nelle tante pieghe di un tessuto sociale letteralmente in ginocchio. Il Sud, in questo è inquietante l’ultimo rapporto Svimez, ha sviluppato un diffuso rancore sociale, sentendosi del tutto escluso non solo dalla ripresa economica in quanto tale, ma dalla speranza stessa di un miglioramento delle proprie condizioni. In un quadro del genere, l’idea di affidarsi, di provare a vedere se una nuova forza politica possa aggiornare antiche pratiche, è del tutto naturale. Basta regalarsi, del resto, un tour fra le motivazioni delle moltitudini che hanno scelto Luigi Di Maio. Sicuramente la stanchezza e la voglia di dare uno schiaffo, il caro vecchio ‘vaffa’, ad una classe politica.Soprattutto, però, la speranza, la chimera, di una possibilità diversa in campo economico. Per sé e i propri figli. Che il Movimento Cinque Stelle possa fornire una risposta ad una speranza del genere, senza ricorrere a forestali e soldi a pioggia è nella realtà delle cose. Il tempo delle Casse del Mezzogiorno e delle assunzioni clientelari semplicemente non può tornare. Dal reddito di cittadinanza alle misure economiche, al momento ancora molto su linee generali, toccherà ai trionfatori delle elezioni dare risposte chiarissime. Spazzare il campo anche solo dal sospetto che l’unica risposta per il Sud sia l’assistenzialismo, pur aggiornato ai nostri tempi e ammantato di responsabilità sociale.Non si possono, al contempo, ridurre le tasse e assicurare più spesa pubblica, per sostenere o blandire intere fasce sociali. Non si può fare, perché non funziona. Prima il Movimento lo spiega al Sud, prima sgombra il campo da pericolose illusioni.
01-03-2018 L'Italia non fa più figli e rinuncia al suo futuro

Questo Paese non fa più figli. Semplice e terrificante. L’Italia è in coda a ogni classifica di natalità e sembra fregarsene altamente. Non mi aggiungerò, infatti, alla lunghissima schiera di ricercatori, giornalisti, notisti, che ha affrontato e sviscerato abilmente il problema. Mi sembra molto più utile parlare di chi fa finta di nulla o ne parla solo se costretto, ricorrendo a banali frasi fatte, concetti triti e ritriti, verità di comodo. I primi siamo proprio noi. Inutile girarci intorno: gli italiani non hanno percepito l’enormità di ciò che sta accadendo, hanno scelto di non pensarci, di rimandare il problema. Un atteggiamento infantile e superficiale. Perché ne va del futuro nostro e dei nostri (pochi) figli. Un Paese che accetti supinamente l’idea di avere un terzo dei residenti oltre i 65 anni, entro meno di 20 anni, è un Paese di pazzi. Non c’è alcun magheggio possibile, trucco contabile, che possa far stare in piedi il nostro welfare – forse ogni welfare – in una situazione del genere. Qualsiasi discorso su Legge Fornero, età pensionabile, immigrati è puramente oziosa, nel momento in cui presto non avremo abbastanza donne e uomini al lavoro, per pagare servizi sempre più costosi ed estesi.

Eppure, ponendo la domanda agli italiani, come abbiamo fatto domenica senza peli sulla lingua su Rtl 102.5, nel corso dell’“Indignato Speciale”, la lista delle scuse supera di gran lunga quella delle soluzioni o almeno della presa d’atto del problema. Temi economici e lavorativi su tutti, ventenni e trentenni sembrano essere certi solo di una cosa: il momento giusto non sembra arrivare mai. Una domanda, poi, resta drammaticamente inevasa: fare figli è ancora vissuto come una tappa qualificante e decisiva della vita o è solo una delle tante? Importante quanto si vuole, ma non unica. Drammaticamente unico, invece, è sempre più spesso il figlio delle coppie italiane. Presissime a dirsi che ci sono mille motivi per non farne di più e darsi ragione l’un l’altra.

Sin qui, gli italiani. E della classe politica, che dovrebbe studiare soluzioni o almeno sollevare il problema… ne abbiamo traccia? Apparentemente, ‘piani famiglia’, ‘sgravi’, ’80 euro’ non si negano a nessuno, ma il tema-natalità è buttato lì, in mezzo a una marea di argomenti di dubbia o nessuna utilità, una volta esaurita la campagna elettorale. I fronti opposti cercano lo scandalo giusto, per dare il colpo di grazia all’avversario, si rincorrono a colpi di panzane spettacolari e irrealizzabili. Non una parola seria, onestamente preoccupata, sulla realtà che sta minando il nostro futuro.

Siamo ben oltre l’orchestrina del Titanic, che almeno suonava per la dignità della sua funzione. Qui, balliamo spensierati, ma presto saremo tutti come Paddy Jones, la vecia dello Stato Sociale.

05-02-2018 Arriverà un Governo di coalizione e non potrete farci nulla...

Ancora tre settimane di campagna elettorale, prevedibilmente tre settimane di nulla. Non giriamoci intorno, tutte le più fosche previsioni, in vista del 4 marzo, si stanno avverando. Insulti, contrapposizione feroce, promesse mirabolanti, liti in seno agli stessi schieramenti. Un senso generale di confusione, approssimazione e sostanziale inutilità. E’ il frutto - anche - di una legge elettorale sciaguratamente proporzionale, nata per rinviare il più possibile le decisioni da prendere. Dunque, non solo, come con molte ragioni denunciano i 5 Stelle, per depotenziare qualcuno (cioè loro), ma soprattutto per lasciare mani libere a ciascuno. Prendete tutti i roboanti ‘NO’ di questi giorni a qualsiasi ipotesi di Grande Coalizione alla tedesca, alleanze, convergenze parallele e asimmetriche, tutto quello che vi pare e buttateli via. 

Sono il nulla, cortine fumogene, davanti alla spietata realtà dei numeri. Vero, il Centrodestra può farcela, ma il 40% resta difficilissimo da superare, anche per i sondaggisti più ottimisti e ‘arcoriani’. Sulla tenuta, poi, dell’eventuale Governo non ci esprimiamo, perché basta tendere l’orecchio a 10 minuti di un qualsiasi giorno di campagna elettorale, per sentire Berlusconi e Salvini d’accordo solo su una cosa, non essere d’accordo con l’altro. Il resto è noia, con i 5 Stelle che ripetono il mantra del primo partito, del tutto inutile con il Rosatellum. Anzi, persino beffardo. Quanto al Centrosinistra, si assiste a qualche timido segnale di risveglio, ma il distacco dal Centrodestra viaggia sui 10 punti e l’unico obiettivo realistico, ad oggi, appare superare Di Maio, per la seconda piazza. Dunque, se le parole di queste ore avessero un valore, dovremmo tornare a votare a Giugno. Alzi la mano chi ci crede.

Non può sfuggire, anche distratti e angosciati dal caso Meta-Moro, che a urlare di più contro qualsiasi ipotesi di coalizione siano coloro che saranno presumibilmente chiamati a provarci, Berlusconi e Renzi. Ovvio, scontato e persino giusto. Oggi. L’elettorato più schierato non gradisce, i pasdaran si scaldano e vanno quietati, dunque su le barricate. Il punto è che l’enorme fetta degli indecisi, coloro che decreteranno il risultato del 4 marzo, farà tradizionalmente la sua scelta nelle ultime 48 ore. Ad oggi, pertanto, nessuno ha particolare interesse ad aprire spiragli. Non servono. Per essere più precisi, non servono ancora. 

Quando Mattarella chiamerà - e FARÀ DI TUTTO per formare un Governo - l’enorme area moderata di questo Paese, compresi tutti i ‘decisi’ delle ultime 48 ore, diranno di Si alla Coalizione. Magari non basteranno i numeri di Berlusconi e del Centrosinistra, ma il discorso si aprirà per forza di cose. 

Dite che questo film ’abbiamo già visto? Certo. Anche certe canzoni le abbiamo già sentite, ma restano in gara.

04-02-2018 La F1 e le terribili... Ombrelline
Associarsi al coro di chi esulta per la cancellazione delle temibili 'ombrelline', dal mondo dorato e plasticoso della F1, è molto facile. Forse un po' troppo. In una realtà tradizionalmente testosteronica, in cui abbondano i riferimenti ai cavalieri (rigorosamente maschi) senza macchia e senza paura, eliminare le modelle dalla griglia di partenza mi appare la più classica, scontata e ipocrita delle operazioni di facciata. Certo, dai vertici del Circus si sono scelte le parole più giuste e difficilmente attaccabili, per spiegare l''ombrelline-ban'. Chi può dirsi contrario, nell'era post-Weinstein, a una misura presa - hanno spiegato - per tutelare la dignità femminile e per assecondare la mutata sensibilità del pubblico?
Un gioco fin troppo scoperto, però, per chi abbia voglia di uscire per un momento dalla morsa del politicamente corretto. Il tradizionale bigottismo americano, infatti, sta evolvendo, moltiplicato dallo scandalo Weinstein, in vere e proprie ondate di moralismo. La sacrosanta e doverosa battaglia, contro le molestie, la violenza fisica e psicologica, ai danni delle donne, rischia di tramutarsi in altro. Una moda, una sequenza senza fine di operazioni di facciata, di marce, di proteste da red carpet o griglie di Formula 1 (che farà, ora, la MotoGp?!). Un bailamme di dichiarazioni, mosse, hashtag, gesti, in cui rischiano di finire tritate proprio la dignità della donna e la lotta vera ai piccoli, drammatici soprusi quotidiani. Perché questa storia delle 'ombrelline' fa acqua da tutte le parti: se cancelliamo loro, non si capisce perché possa continuare ad esistere l'intero universo delle modelle. Piuttosto che gli angeli di Victoria Secret's, potremmo far sfilare in mutande e reggiseno degli automi, preferibilmente asessuati. Dovremmo smettere di selezionare ANCHE sulla base della 'bella presenza', in decine e decine di professioni, arrendendoci definitivamente all'ipocrisia. Del resto, ormai, è una moda bannare anche le opere d'arte, se ritenute offensive. Ad esultare, gli stessi che si indignarono per le statue oscurate, quando si trattò di non offendere occhi iraniani.
Fumo, tanto fumo, fra gli ombrelli delle 'ombrelline', mentre buona parte degli editorialisti e degli intellettuali corre ad applaudire acriticamente, perché se oggi non ti schieri subito dalla parte giusta, non ti vesti di nero e non rinneghi chi hai esaltato e idolatrato solo pochi mesi fa (nessuno sapeva niente, a Holliwood...) rischi di passare per insensibile, se non molto, molto peggio.
Quando editorialisti e maitre a penser cominciano a scrivere e dire tutti le stesse cose, io mio preoccupo. E dovrebbero preoccuparsi soprattutto le donne.
29-01-2018 Tavecchio, il calcio e... noi
No, non è solo calcio. La vicenda di Carlo Tavecchio, possibile presidente della Lega Calcio di Serie A, non può essere limitata alla sia pur istruttiva parabola (fallimentare) del pallone degli ultimi anni. Tavecchio ci dice tantissimo dell'Italia di oggi.
Un Paese che ha smarrito il senso di responsabilità e talvolta del ridicolo. 
No, non è solo calcio, ma partiamo dal pallone: autunno scorso, la Nazionale ha appena centrato un risultato storico: non qualificarsi al Mondiale, l'Evento per eccellenza della religione laica dello Stivale. Psicodramma collettivo e capo cosparso di cenere un po' da tutti. La gente, non solo gli appassionati, è furibonda, vuole la testa dell'allenatore (troppo facile, ma comunque perdendo la faccia salverà il portafoglio), ma non può bastare. Fuori tutti, a cominciare dal presidente federale, il massimo responsabile e - per quanto parzialmente semplicistico - il massimo colpevole. Tavecchio resiste, ma a tutto c'è un limite e, durante una delle più spettacolari e tragicomiche conferenze stampa a memoria d'uomo, alla fine molla. Indignato da tanta cattiveria, ma soprattutto - si badi - SORPRESO che si debba rispondere del proprio operato.
Siamo al punto: Tavecchio non sa spiegarsi perché gli chiedano in tanti di andar via, li identifica come nemici dell'ultima ora o ingrati ex-amici. Non viene neppure sfiorato dal dubbio che andar via sia l'unica cosa sensata e dignitosa da fare. Siamo onesti, non sarà mica il simpatico Tavecchio l'unico a pensarla così... in Italia, il problema non è tanto che non si dimetta mai nessuno (vero fino a un certo punto), ma che si escluda anche la sola possibilità di dover rispondere delle proprie scelte.
C'è sempre un Piano B, ma non per il Paese, per se stessi. Puntualmente, il Plan B arriva: la Lega, pomposamente definita la 'Confindustria del calcio', non riesce a darsi un presidente da una vita e va commissariata. A termini di regolamento, tocca a lui, il nostro. Non passandogli neppure per l'anticamera del cervello l'idea di passare la mano, Tavecchio zompa agilmente da una poltrona a un'altra e aspetta. Perché l'uomo è naif, ma tutt'altro che sprovveduto e sa che potrebbero presto venire da lui. Così, appena due mesi dopo la vergogna svedese, ineffabile e smemorato, l'ex-N.1 della Figc può dichiararsi disponibile a diventare il presidente della Lega Calcio. Eletto da quello stesso grumo di potere che lo portò in via Allegri.
Questa storia non parla solo calcio. E' un virus italico, subdolo e con cui in tanti sono pronti a scendere a patti. Dalla politica all'imprenditoria, dal mondo della professioni a quello della formazione, in famiglia e a scuola, spesso semplicemente nessuno si assume le proprie responsabilità.
Siamo abituati e quasi indifferenti, ormai, alle promesse disattese. Non ci aspettiamo più che possano esserci delle conseguenze, nel venir meno alla parola data. Assistiamo (o partecipiamo) a fallimenti e figuracce memorabili, ma è sempre colpa di qualcun altro. Gli irresponsabili abbondano, gli uomini scarseggiano.
I Tavecchio d'Italia, però, ci ricordano le nostre di responsabilità: come società abbiamo tollerato il tramonto dell''hombre vertical', le donne e gli uomini che mettano davanti a tutto e tutti la propria faccia, la propria dignità. 
Vale tutto e sempre più spesso non vale niente.
22-01-2018 Che fine ha fatto Matteo Renzi?

Che fine ha fatto Matteo Renzi? 

Ma come, direte, è ovunque. Quotidianamente impegnato in singolar tenzone con Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Per tacere del nemico di una vita politica, Massimo D'Alema. Bene, ripeto: che fine ha fatto QUEL Matteo Renzi? Perché il Renzi che l'Italia ha conosciuto, idolatrato, blandito, abbandonato, detestato (in rigoroso ordine cronologico) non c'è più. 

Non si tratta di abbracciare questa o quella idea politica, ma di fermarsi un momento, voltarsi e ripassare mentalmente la folgorante ascesa e caduta dell'attuale segretario del Pd. Renzi ha rivoluzionato la stantia politica italiana di Centrosinistra, in un lasso di tempo brevissimo. Ha sfondato al Centro, come il Partito Democratico aveva solo sognato o vagheggiato per lunghi anni, venendo di fatto additato come il 'Bambino d'Oro' d'Italia. Sono i mesi in cui la corte (dei miracoli?!) dell'allora Presidente del Consiglio si era estesa a dismisura. Un correre e accorrere dalla sua parte, con il tipico tempismo italiano in favore del vincitore. C'erano tutti o quasi, compresi ex-avversari, ex-Capi di Governo, ex qualsiasi cosa. Sappiamo come sia andata a finire, dal giorno in cui Renzi si convinse di poter stravincere il 4 dicembre 2016. Guardando la sterminata corte adorante, l'allora Premier azzardò frasi di cui si sarà pentito mille volte, ma che in quei giorni ruggenti gli devono essere apparse nemmeno rischiose. Ecco, quei giorni... non vi sarà sfuggito come, nella mitologia renziana, il periodo a Palazzo Chigi sia stato spesso descritto come 'l'avventura dei 1000 giorni'. Sì, proprio come Jfk.

La corte, intanto, si è dissolta, gli ex qualsiasi cosa si sono prontamente rivolti all'ennesima resurrezione berlusconiana o ai rampanti pentastellati e a Matteo Renzi è rimasta solo l'ombra dei giorni che furono. E Lui?

Mi chiedo dove sia finito il politico del 1° maggio 2015, giorno dell'inaugurazione di Expo Milano e a mio modesto avviso zenit della sua parabola politica. Il Matteo Renzi capace di trasmettere una visione, un'idea di Paese legata a una parte politica, ma accettabile da chi la pensasse in modo diverso. Un piccolo miracolo, nell'Italia dei perenni nemici.

Rapido, tattico, ma anche strategico, Renzi dava una sensazione di modernità, non di banale freschezza anagrafica. Questo, sia nei contenuti, che nella comunicazione. Il primo nostro politico ad usare in modo massiccio e soprattutto consapevole i social network, azzardando (i 'Matteo Risponde') la disintermediazione, fra Governo e cittadini. Non solo i 'suoi', ma soprattutto gli scettici o apertamente critici. Cosa è rimasto di tutto questo e di quella visione del 1° maggio 2015?

La dimensione del Renzi di oggi non è data tanto dai sondaggi o dalla sensazione di isolamento politico, ma dal processo di normalizzazione subito. Non anticipa, segue. Non fa sognare, indica timori e rischi. Era 'altro', oggi si mostra come gli altri.

Un pezzo d'Italia trasversale, sostanzialmente moderato, poco incline alle avventure, aveva puntato su di lui, regalandogli la carta bianca più grande, dai tempi del primo Berlusconi. Dal '94, però, tutto è cambiato (oddio, proprio tutto no, visto che Silvio è ancora qui), in particolare la velocità con cui si consumano gli innamoramenti politici. Matteo Renzi, non avremo mai la controprova, avrebbe dovuto forzare se stesso, sparendo. Sul serio, però. Altro che libri di successo e primarie illusorie, far perdere letteralmente le proprie tracce. Non un Cincinnato, ma un politico diverso. Capace di fare quello che l'italiano medio esclude possa fare chi abbia saggiato il potere, abbandonarlo.

Sbaglierò - anche qui non avremo mai la controprova - ma ho la sensazione che sarebbero andati a cercarlo, con il cappello in mano. Dopo.