11-10-2017 Lavorare di domenica. Si può fare, si può fare... e si sopravvive!
Ci risiamo. Ed è incredibile. Nell'Italia del terzo millennio, in quella stessa Italia che si lamenta (spesso a ragione, non di rado per inerzia) dell'impossibilità di trovare un lavoro soddisfacente, accennare alla possibilità di lavorare talvolta anche di domenica e nei giorni festivi, scatena reazioni quasi rabbiose.
E' successo a noi, questa mattina a Rtl 102.5, nel corso di Nonstopnews. All'invito rivolto ai ragazzi, da un'imprenditrice giovane e dinamica, a non soffermarsi sull'orario di lavoro, ma di badare alla sua dinamicità e alla possibilità di restarne coinvolti e appagati, una fetta di pubblico ha reagito con accuse durissime. Siamo stati additati come schiavisti e amici dei padroni delle ferriere. Solo perché abbiamo sottolineato il valore della passione, dell'impegno, della formazione e della crescita quotidiana. Solo perché, rivolgendoci ai più giovani, li abbiamo esortati a puntare su se stessi e - pazienza - se dovesse capitare un sabato sera o una domenica al lavoro. Quale può mai essere il problema?
Bisogna essere onesti e limpidi: se i politici, sindacalisti, editorialisti nostalgici di un mondo finito, continueranno a instillare questo veleno non ne verremo mai fuori. Ai ragazzi si deve dire come funziona il mondo del lavoro reale, come affrontarlo, come evitarne le trappole. Lisciare il pelo dell'insoddisfazione può garantire l'applauso del momento, ma non serve a nulla. Soprattutto non serve ai ragazzi, li coccola in una pericolosa illusione: che inseguendo e invocando una mitica stagione del lavoro lunedì-venerdì, 9.00-17.00, magicamente il mercato del lavoro si pieghi alle loro esigenze. Non accadrà e continueremo a dover fare i conti con una percentuale non indifferente di giovani ripiegati su se stessi, incattiviti dai pessimi insegnamenti di ancor peggiori maestri.
La domenica può capitare di lavorare e non muore nessuno. Posso testimoniarlo. Dirò di più: da imprenditore, mi aspetterei da un giovane al primo impiego assoluto disinteresse per l'orario di lavoro e fame di conoscenza. Lo valuterei, in base alla voglia di imparare, allo spirito di iniziativa e alla capacità di assorbire dai migliori e più esperti colleghi. Fare quello che piace, sentirsi parte di un progetto condiviso è impagabile e vale 1000 domeniche al lavoro. Siamo pronti, da genitori, a dirlo ad alta voce?
Accennavo a una testimonianza personale. Lavoro tutte le domeniche da circa vent'anni. Prima, per seguire la mia passione calcistica, poi all'Indignato Speciale. Quella palestra pallonara, negli stati di tutta Italia, mi permette oggi di lavorare come commentatore sportivo.
Le ore domenicali, in diretta su Rtl 102.5, trascorse con colleghi del calibro e preparazione di Andrea Pamparana e Davide Giacalone, mi ha fatto crescere come circa 500 corsi di aggiornamento professionale. Non avessi studiato sul campo, ascoltato e osservato chi ha da insegnarmi, se non si fosse creato un mutuo scambio professionale, varrei di meno.
Avrei dovuto rinunciare a tutto questo, per andare al parco la domenica mattina? Il mio girovita ne avrebbe tratto indubbio vantaggio, il cervello e il mio lavoro molto meno.
09-10-2017 Milano-Roma, storia di un derby senza più storia
Fece molto rumore, un paio di mesi fa, la storia della ragazza veneta innamorata di Napoli (e ricredutasi dai precedenti luoghi comuni). Da napoletano, è molto tempo che rifletto sulla mia esperienza 'milanese'. Venni a vivere qui - ok, sono emigrato - 20 anni fa. Una bella cifra tonda, che permette qualche riflessione, su una città che storicamente ha anticipato e non di rado indirizzato la storia d'Italia. 
Il mio è innanzitutto un grazie, sincero e sentito. Milano mi ha fatto crescere umanamente e professionalmente, è la città dei miei figli, mi ha fatto divertire e appassionare, soprattutto mi ha fatto sentire a casa. Perché Milano ha accettato la sfida dei nostri difficili anni, senza perdersi in troppe chiacchiere. Si è guardata intorno, ha preso il meglio di tutti i mondi che l'hanno scelta e ha giocato la sua partita, senza i complessi di inferiorità e i provincialismi, che affliggono non poche delle altre principali città d'Italia. Io, napoletano orgoglioso della storia impareggiabile della Capitale del Sud, non ho MAI sentito estraneità e repulsione. Perché qui 'fare' è un valore e accenti e colori si perdono in un melting pot, che è il Dna milanese, dai decenni della grande immigrazione interna. Questo non vuole dire che la città non viva le tensioni e le difficoltà del fenomeno migratorio dei nostri giorni, ma se c'è un posto che consiglierei a un sognatore (bianco, nero, giallo...) è questo. Ti metteranno alla prova, ti osserveranno, ma ti daranno un'opportunità. E l'opportunità è tutto.
Negli ultimi anni, poi, Milano ha vissuto uno scatto in avanti impressionante, tradottosi in un senso di orgoglio cittadino, che è il volano di una marea montante di iniziative, scommesse vinte, innovazioni, semplicemente senza eguali in Italia. Il trionfo di Expo - e oggi appaiono patetici i tentativi di una sparuta minoranza di negare l'evidenza - ha proiettato la città in una dimensione internazionale, di cui i milanesi si sono innamorati. Io, napoletano-milanese, come centinaia di migliaia di altri meticci, amo andarmene in giro e guardarli fotografare la propria città. Fateci caso, anche in luoghi di incomparabile bellezza, ormai gli italiani sembrano assuefatti e annoiati. A Milano, fotografano orgogliosi le nuove torri e i nuovi quartieri della propria città. E la vivono. La Milano, che non conosceva il turismo, vive oggi di settimane della Moda e Design Week e al Fuorisalone vanno nonni e nipoti. Qui, le donne lavorano in una percentuale molto superiore al resto del Paese e si sperimentano tutti i nuovi servizi digitali, tipicamente metropolitani e internazionali. Le imprese crescono al doppio del ritmo italiano, le startup volano, la disoccupazione è su livelli quasi tedeschi e quella giovanile è la metà della media nazionale. Tutto bene, allora? Ovvio che no, ma dovessi consigliare a una famiglia dove investire su se stessa, a un giovane dove provare a dare una svolta, risponderei Milano a occhi chiusi.
C'è un rischio, però: il ruolo storico di questa città è essere locomotiva d'Italia (un tempo si parlava di 'capitale morale'), ma oggi il distacco rischia di farsi troppo grande e la locomotiva potrebbe scappar via, lasciando dietro il convoglio. Sarebbe un disastro per tutti, perché non è di una città-stato che abbiamo bisogno, comunque troppo piccola per reggere la terrificante concorrenza. Non è pensabile e sopportabile arrivare a Roma da Milano e sentirsi in un altro mondo. Ripiegato, rassegnato e intento a guardarsi l'ombelico. Non è più tempo di inutili gelosie, si prenda atto di quale sia il modello vincente e si lavori sodo. I proclami non servono a niente e chi ne fa una questione di partiti al potere è pronto a credere agli asini volanti. 
05-10-2017 Un affido destinato a pesare e molto sul futuro. Si spera.
La decisione è saggia e certamente ponderata. La storia bella e importante. Aver concesso l'affido di una bimba affetta da sindrome di Down a un single, abbatte un muro e apre uno spiraglio, in una strada dolorosa e complessa. Quella delle adozioni, che al momento vede esclusi donne e uomini, che non abbiano un compagno. E' innanzitutto una storia d'amore e massimo altruismo. Un donarsi, senza condizioni e senza paura. Si badi, nessuno - è la mia opinione - può ergersi a fustigatore delle sette coppie, che hanno detto di No all'affido della piccola. Non se la sentivano e vanno capiti. Emettere giudizi, senza sapere e conoscere, sarebbe frettoloso e ingiusto. Se non ipocrita. Di certo, quest'uomo, che si è fatto avanti, merita solidarietà e il plauso di tutta una comunità. Di più, però, meriterebbe appoggi concreti, servizi e strutture dedicate. Come tutti i genitori di bimbi speciali. Nessuno può capire e forse neppure lontanamente immaginare cosa possa significare, nell'Italia del terzo millennio, crescere dei piccoli con esigenze straordinarie. Nel nostro Paese, quelle differenze sociali e di opportunità economiche, che sono tornate a crescere in generale, con i bimbi affetti dalle più diverse patologie diventano voragini. Una famiglia, che non abbia una buona disponibilità economica, rischia di vivere un calvario. Non è in discussione, qui, la straordinaria disponibilità e spesso abnegazione del personale delle strutture pubbliche, ma la loro insufficienza. Avremmo bisogno di più donne e uomini, più mezzi, più disponibilità, per aiutare le mamme e papà e i loro bimbi speciali a vivere e crescere, nelle migliori condizioni possibili. La storia della piccola di Napoli può essere un'occasione straordinaria di dibattito e presa di coscienza. Parlarne, parlarne sempre di più è il primo passo: per aiutare tutti a vincere vergogne e imbarazzi e considerare quei bambini figli di tutti. Non è vuoto buonismo, è un'esigenza di civiltà.
Detto da un papà di un pupo immensamente fortunato, che ogni tanto non può evitare di fermarsi a pensare a chi aspetterà mesi, per una parola o un passo in più. Felici di ciò che per tanti genitori come me è scontato, al più una questione di tempo.
Grazie, allora, a quel single senza paura e alla piccola, per ogni volta che una mamma e un papà proveranno gratitudine, per l'inestimabile valore della salute dei propri figli. E sentiranno di dover far qualcosa, per chi ha bisogno di sostegno e aiuto concreto.
03-10-2017 I 'nuovi' lavori e i 'vecchi' pensieri
Lo so, mi farò qualche 'nemico' e mi guadagnerò non poche antipatie, con quello che state per leggere. Continuare a lisciare il pelo dell'insoddisfazione dei più giovani, illudendoli che presto tornerà la sicurezza del 'posto fisso', però, è molto peggio. Soprattutto se a scrivere o parlare sono fior di privilegiati, con il sedere ben coperto dai loro inattaccabili contratti.
Una delle ultime mode di costoro è attaccare a testa bassa i cosiddetti 'nuovi lavori', gli impieghi tagliati quasi sempre su misura dei più giovani, che permettono a milioni di consumatori di accedere a servizi utilissimi e generalmente legati al digitale. Il caso di scuola è il Food delivery, un vero e proprio fenomeno dei nostri tempi, con un fiorire di servizi e App, per la consegna di pasti a domicilio. Secondo il mai sopito sindacalismo italico, dovremmo assumere a tempo indeterminato, con ferie, malattia, permessi e compagnia cantante, i driver. Per evitare un drammatico e insopportabile sfruttamento, di stampo ottocentesco... Vi sembra serio, nel 2017, ragionare in questo modo?! Ha senso pensare che un lavoro del genere, dignitosissimo come tutti, possa essere Il Lavoro? Un'attività su cui costruire un futuro e una famiglia? Saranno magari e più razionalmente, lavori ideali per giovani e giovanissimi, magari studenti, desiderosi di fare un'esperienza e costruirsi un minimo di indipendenza economica.
Ovviamente, vanno pagati come si deve e le regole base devono esserci, come per tutti, ma non è pensabile regolamentare un mondo nuovo, con i paletti e le rigidità di una realtà, che semplicemente non esiste più.
Trovo pretestuoso e soprattutto pericoloso propinare ancora ai nostri ragazzi l'ideale del lavoro per tutta la vita, in spregio alla logica, alla realtà di oggi e di quella che troveranno domani.
Rifiuto un mondo, in cui chi mi consegna oggi a casa un pasto gourmet, fra cinque anni sarà condannato a fare la stessa cosa, non per scelta, ma perché ingabbiato in un sistema che non funziona. 
Oltretutto, a questi soloni del perennemente uguale sfugge del tutto l'interesse dei consumatori, che si troverebbero a dover rinunciare a nuovi servizi, comodità e opportunità, in cambio di nulla. Perché, diciamolo, con i sistemi e le 'meraviglie' sindacali di una volta, semplicemente il mercato italiano dovrebbe rinunciare a tutta una serie di servizi, non sostenibili nel mondo sognato da Camusso e soci.
Si tratta di scegliere cosa vogliamo, per i nostri figli. A cominciare da ciò che insegniamo loro: il sogno del posto fisso o a costruire un posto, dove sognare sia un diritto.
28-09-2017 Le Low Cost e il sogno (impossibile) dei parrucconi di una retromarcia
Scena: interno redazione,  Rtl 102.5, quindici anni fa. Faccio notare a un collega e amico - grande utilizzatore e fan di Alitalia - che il modello di business dell'allora compagnia di bandiera è palesemente arcaico e fallimentare, mentre il nascente fenomeno low cost avrebbe presto rivoluzionato il mondo del trasporto aereo. Risatina... 
In questi quindici anni molto è accaduto e molto meno si ride di veri e propri colossi dell'aria, come Ryanair o EasyJet, mentre Alitalia è l'imbarazzo che tutti conosciamo. Soprattutto, un'intera generazione di ragazzi e meno giovani ha imparato a volare e a scoprire angoli d'Europa, di cui prima manco si sospettava l'attrattività turistica. Una rivoluzione, goduta da moltissimi e subita da pochi (privilegiati e addormentati). Oggi, il disastro operativo e d'immagine di Ryanair ha curiosamente ridato fiato a una schiera di tromboni. Che la compagnia irlandese abbia tirato la corda, con i propri dipendenti, autorità locali ed europee, in definitiva con i propri clienti è lampante e indiscutibile. Ne sta pagando il prezzo e continuerà a farlo, se non saprà reinventarsi, rifacendosi soprattutto un'immagine in tempi rapidissimi. Nell'era delle decisioni a portata di click, il problema non è cancellare qualche migliaia di voli, ma le centinaia di migliaia di passeggeri che potrebbero rapidamente prenotare con altre compagnie. Questi, però, sono affari di Ryanair. Staremo a vedere e giudicheremo. Quello che non è accettabile è l'aria tronfia dei tromboni di cui sopra, secondo cui un intero modello sarebbe fallito o in procinto di. Basta dare un'occhiata agli editoriali di molti quotidiani: è tutto un darsi di gomito fra vecchi arnesi, sospesi fra eterne nostalgie se non del comunismo, almeno delle care, vecchie rigidità di una volta. Quando a volare erano solo loro, privilegiati e a conto spese dei loro giornali e gli altri prendevano il treno (lento, mica Alta Velocità) o se ne stavano a casa, a farsi rimbecillire dai loro contorti pensieri.
Vorrei tranquillizzarli: il mercato regolamentato funziona e continuerà a funzionare. Se Ryanair non saprà rinnovarsi, non ce ne staremo a casa, ma voleremo con altri. Magari anche con quelle compagnie tradizionali, che un tempo ci facevano pagare l'impossibile il Roma-Milano e oggi ci inseguono con offerte mirabolanti. Se Ryanair andrà in crisi, altri occuperanno i loro spazi, facendo magari tesoro degli errori e correggendoli. Perché il mercato funziona così: risponde a un'esigenza e si alimenta di concorrenza. Parola odiatissima dai tromboni, perché in grado di smascherare il loro bluff. La concorrenza, unita alle regole (ringraziamo l'Unione Europea per questo!), obbliga gli attori in campo a pianificare una strategia, strutturarsi e reagire alle novità. Tutto ciò che le elefantiache strutture statali o i mostruosi ibridi, come le partecipate che (non) gestiscono i trasporti pubblici locali, odiano. Perché serve gente capace e coraggiosa, non imbucati, trombati e tromboni. 
21-09-2017 Il calcio e la bellezza
Oggi, parlerò di calcio e del Napoli, ma non solo, perché il pallone resta una delle più potenti metafore della vita... parlerò della dittatura della bellezza.
Gli Azzurri, guidati da Maurizio Sarri, sono il collettivo più apprezzato e lodato degli ultimi mesi, pur senza aver sollevato trofei o aver spezzato il dominio della Juventus. In nome dell'unicità del calcio espresso da Mertens e compagni, gran parte della critica e tantissimi appassionati, non accecati dal tifo, si sono legati a una squadra, che tenta un'impresa: vincere cercando la bellezza. Impossibile dire, oggi, se il Napoli potrà riuscirci o meno, se Sarri sia destinato a passare alla piccola storia del calcio come un maestro vincente o 'solo' un straordinario visionario. Di sicuro, agli Azzurri spetta un compito, che non si può più rifiutare. Farci sognare che sia possibile essere belli, armonici, geometrici, fantasiosi e anche vincenti. Serate come quella di ieri, in Ucraina, sono un tradimento di questa utopia (sinora), il Napoli non può giocare in quel modo, amorfo e molle, senza tradire una missione che ha abbracciato e che ha anche inconsapevolmente promesso ai propri tifosi e al mondo del pallone, ricordarci che c'è un'alternativa al potere dei soldi e del cinismo. La squadra che vince a Bologna o con l'Atalanta, giocando male per un'ora e risolvendola solo per manifesta superiorità, non è nulla di nuovo. E' la storia di mille campionati, sbilanciati e destinati a risolversi negli scontri diretti. Nulla di male, ma anche nulla che incendi la fantasia. La squadra che prova a giocare nella metà campo avversaria, dall'inizio alla fine, disegnando manovre degne delle linee di Mondrian o dei tagli di Fontana, ci parla di un altro calcio, folle, quasi impossibile, forse destinato a vincere poco, ma ad essere ricordato fra trent'anni. Sta a Sarri e ai suoi ragazzi decidere cosa fare, se continuare lungo una strada tanto impervia quanto affascinante o cullarsi nel placido cinismo dei nostri tempi (non calcistici), sollevando una coppetta, ma tradendo un sogno.
06-09-2017 La bimba morta di malaria e il facile sciocchezzario
La tragedia della piccola morta di malaria, a Brescia, andrebbe trattata con ovvio rispetto e profonda razionalità. Una tragedia inimmaginabile, per i poveri genitori, non può essere ridotta a occasione di puro sciacallaggio giornalistico. Sono rimasto letteralmente senza parole, questa mattina, a leggere i titoli de 'Il Tempo' e 'Libero', per cui è già accertato, oltre il minimo dubbio, che la morte della piccola sia da mettere DIRETTAMENTE in relazione con l'ondata migratoria in corso. Una follia, scientifica, razionale e anche giornalistica. Non c'è ancora la sia pur minima certezza, su come sia avvenuto il  contagio. Nessuno può sapere cosa sia realmente accaduto, mentre dottori e scienziati si affannano a ricordare, a una pubblica opinione sempre più sbandata, come casi rarissimi siano per definizione improbabili, ma non impossibili. Compreso il contagio da una zanzara 'sopravvissuta' a un viaggio aereo o altre ipotesi remote, ma impossibili da escludere al 100%. Eppure, per una parte di stampa italiana (e un bel po' di politici, animati da un cinismo rivoltante), è tutto chiaro e semplice: dagli all'immigrato e via.
Cosa siamo diventati? Che professionalità è questa? Siamo ridotti a sfruttare una tragedia indicibile, per tirare acqua al nostro mulino? Naturalmente, molti degli stessi che oggi strepitano fuori controllo sul contagio da migranti (attenzione, fossero 'responsabili' i due piccoli ricoverati per malaria, nello stesso reparto della bambina, sarebbe stato l'ospedale a commettere un errore gravissimo...) si rifiutano di vaccinare i propri figli. In nome di una folle e superstiziosa 'libertà di pensiero'. Ripeto: cosa ci sta succedendo? Cosa è accaduto nella testa di tante persone?
Consiglierei una lettura, un classico: I Promessi Sposi, in particolare le pagine del 32° capitolo, sulla peste e l'irrazionale paura degli untori... ma eravamo nel '600. Che nel terzo millennio, si rischi di tornar lì, mi fa molta, molta più paura della malaria.

30-08-2017 Perché non sappiamo fare turismo in Italia...

Amo il mio Paese e amo il turismo. Non avessi fatto il giornalista, avrei provato a lavorare in questo settore, cruciale e affascinante. Non mi è stato possibile (sinora), ma non ho mai mancato di approfondire in radio i temi legati a questa vera e propria industria, seguendo le varie fasi che l'Italia ha attraversato. E lo faccio da oltre vent'anni. Con la crisi nera dell'Egitto e della Tunisia, le difficoltà turche e l'aggravarsi della situazione mediorientale, abbiamo fatto tombola. Senza neppure meritarlo troppo. Diciamo la verità, l'Italia vola, ma non sempre per meriti propri. Qualcosa si è fatto e si muove, in termini di accoglienza e novità per i turisti, ma l'offerta resta spesso uguale a se stessa, placidamente adagiata su una bellezza impareggiabile e un brand, che non conosce l'usura del tempo. Benissimo, per carità, ma ho la sensazione che si rischi di non cogliere L'Occasione. Quella con la 'O' maiuscola... perché prima o poi il Nord Africa  e il Medioriente ripartiranno e noi rischieremo di trovarci a rimpiangere i bei tempi andati. No, non è pessimismo e tantomeno disfattismo. E' solo una lucida e onesta analisi di come spesso trattiamo il turista. Non un cliente di tutto riguardo, ma il famoso pollo, se non peggio. Un fastidio, un salvadanaio su due gambe, da svuotare al più presto. La personale esperienza, di questa estate in Sardegna, mi ha rafforzato nell'idea che il lavoro da fare sia ancora tantissimo.
Amo quest'isola unica e meravigliosa, un gioiello di bellezza tale, da umiliare molti mari caraibici. Si può, però, sopportare, all'alba del 2017, impreparazione, scortesia, improvvisazione e - persino - maleducazione? Se la scarsa professionalità mi irrita, l'inciviltà mi manda in bestia. Non mi era mai capitato di essere insultato, in un ristorante. Non mi era mai successo di dover sopportare offese, non solo personali, ma anche alla mia compagna e a mio figlio, dal titolare di un esercizio pubblico. Mi è successo quest'anno in Sardegna, a Cala Gonone, per l'esattezza a Cala Ginepro, in un sedicente ristorante. Una bettola, con il senno di poi. La mia (nostra) colpa? Non aver impedito - immagino con camicia di forza e punizioni corporali - a Riccardo (1 anno!) di far cadere a terra dei pezzi di pane e pasta. Beninteso, non eravamo da Cipriani, ma in un modestissimo locale, lungo la statale, all'aperto, attorniati da vespe, mosche e dal famelico gatto della proprietaria. Detto che non sono un tipo abituato a sporcare, nei luoghi pubblici, esattamente come a casa mia, e che mi accingevo a sollevare da terra i resti del pasto del pupo, mi chiedo come possa mai pensare di fare turismo un soggetto del genere, oltretutto una donna e presumo una mamma. Quando si arriva a dire a una signora, con il figlio in braccio, 'lei deve imparare a fare la madre', siamo oltre la decenza ed entriamo di filato nell'inciviltà. 
Potreste obiettare: non puoi trasformare una spiacevole esperienza personale in un allarme generale. Sbagliato, secondo la mia modesta opinione. Perché questo incredibile episodio, il più squallido mi sia mai capitato in viaggio (e per fortuna ho viaggiato tanto), segue una piccola, ma costante sequenza di mancati sorrisi, stupidi sgarbi, disorganizzazioni grandi e piccole, che minano alla base il 'fare turismo'. E' come il tassista che mira a fregare il giapponese (ma anche l'italiano), il ristoratore che gonfia lo scontrino o direttamente non lo fa, l'albergatore che mette l'aria condizionata ad ore (incredibile, ma è successo a mia madre a Ischia). Piccoli incapaci, che si credono furbi e spingono i turisti a sperare di poter tornare al più presto in Egitto.
Denunciamoli e fermiamoli, prima che sia troppo tardi.

14-08-2017 La tragedia della piccola sub, ad Ischia

Non riesco a leggere, anche se devo per motivi professionali, la vicenda dei due sub morti a Ischia, in una grotta della Secca delle Formiche. In particolare, inutile girarci intorno, la storia della piccola Lara, appena 13 anni e una passione trascinante per il mare e le immersioni. La stessa età di mia figlia Amelia, solo pochi mesi in più, che nelle stesse ore della tragedia al largo di Ischia provava per la prima volta l'ebrezza delle immersioni, nel mare del sud della Sardegna. Una coincidenza che mi ha colpito come un maglio, pensando allo strazio dei genitori e amici della piccola e il contrasto con la gioia e l'entusiasmo di Amelia, per questa nuova esperienza. Il mare in generale, l'attività subacquea in particolare, richiedono un rispetto maniacale delle procedure e delle regole. Non dirò una parola in più su quanto accaduto in quel tratto di mare, che conosco così bene e in cui ha trascorso le vacanze di tutta la mia infanzia prima e giovinezza poi. Nulla sappiamo ancora e va reso omaggio all'altruismo e presenza di spirito dell'istruttore, che ha condiviso la riserva d'aria fino all'ultimo istante con Lara, per darle più tempo e speranza di ritrovare l'uscita di quella maledetta grotta.
Parlando rigorosamente in generale, ho assistito alla prima discesa di Amelia tenendomi a debita distanza dall'istruttrice, spettatore lontano e immobile. In acqua, hanno diritto di 'parola' e di azione solo gli esperti, nessuno può improvvisarsi e il primo che fa il fenomeno va semplicemente invitato a tornarsene in superficie in sicurezza e darsi ad altre attività. Non c'è spazio per nulla, che non sia applicazione, studio, ripetizione ossessiva dei gesti, fino all'assoluto automatismo. Con una sola stella polare: non si trasgredisce MAI alle regole. Chi ha aiutato nella prima immersione mia figlia Amelia, la bravissima Martina Rossi del Sub Center Tanka di Villasimius, aveva accompagnato anche me, tempo fa, nel perfezionamento. Ne conosco e apprezzo la professionalità assoluta e la pignoleria, pur sempre con il sorriso. La subacquea è un'attività magnifica, difficile anche solo da descrivere a chi non abbia sperimentato la pace assoluta del 'mondo di sotto', ma si può godere solo in sicurezza. Anche perché una delle sensazioni più belle, in immersione, è la consapevolezza che avrai sempre un compagno e una guida pronti a darti una mano, in caso di necessità. Un sostegno, il famoso 'sistema di coppia', che per funzionare ha bisogno di essere rispettato in ogni sua singola parte e da ciascun componente delle immersioni.
Sono certo che la piccola Lara accompagnerà sempre tutti noi. I modestissimi appassionati come me e i tanti e scrupolosissimi esperti, che ci conducono per mano, fra le meraviglie sottomarine.

03-08-2017 Noi, le Olimpiadi e il suicidio perfetto

Una scelta suicida. Anzi, il suicidio perfetto. Questo fu lo sciagurato 'No' alle Olimpiadi a Roma. E lo dicemmo subito, tanto era evidente, goffo e puramente ideologico il gesto. Una gara, in cui la capitale era in netto vantaggio, al punto da... sfilarsi sul più bello. Come se Aru, in cima al Galibier, decidesse di fermarsi a 1 km dall'arrivo e tornarsene indietro. Buttandosi a capofitto in discesa, senza mani e con una benda sugli occhi. Ancora oggi, la domanda è e resta una: 'Come si fa?'. Come si fa a non capire. A non cogliere l'occasione, più unica che rara, di sfidare i cittadini e in definitiva se stessi ad alzare la testa, smetterla con i piagnistei e mettersi in competizione con il mondo. Per vincere, per ritrovare l'orgoglio perduto. Cosa si è ottenuto, invece? Un colossale (e immeritato) regalo a Los Angeles e soprattutto Parigi, che si sono potute serenamente spartire i giochi del 2024 e 2028, ricavandone in cambio una barca di quattrini dal Cio.  Signore e signori, stiamo parlando di un miliardo e settecento milioni di dollari. Aspettate che lo riscrivo in numeri: 1.700.000.000 dollari. Più altri 500 milioni di bonus, per il 2028. Ci rendiamo conto della follia assoluta? Abbiamo detto di No a queste cifre, così. Perché ci sembrava incredibilmente figo urlare 'Onestà-Onestà', nella più surreale e imbarazzante conferenza stampa, che il Campidoglio abbia mai ospitato. Roba da far tremare la Curia e l'Arco di Costantino per decenza. Una follia puramente ideologica, senza alcuna giustificazione di merito e senza alcuna motivazione, che non fosse un odio sordo e profondo per tutto ciò che sia impegno, sfida, successo. In definitiva, gioia e voglia di futuro. Da settembre, fra i mille guai, Roma dovrà fare i conti con un dissesto finanziario probabilmente irrisolvibile. Sarà il contribuente a dover dare una mano, per colpe che ovviamente non sono dell'ultima giunta, ma che la medesima non sembra sapere neppure come cominciare ad affrontare. I soldi del Cio - non siamo ingenui - avrebbero avuto finalità diverse, ma vorrei proprio sapere dai sacerdoti del No dove possano trovare i fondi, per realizzare tutto ciò che sarebbe rimasto alla città e che le Olimpiadi avrebbero finanziato. Però, qualcuno me lo dovrà dire, quando avrà finito di riempirsi l'ugola di 'Onestà'. Così come qualcuno dovrà spiegare, fra 10-15 anni, ai ragazzini di oggi perché fu negato il diritto al sogno e alla grandezza, in cambio del nulla, della mediocrità e della decadenza.

27-07-2017 Italia, Francia e Fincantieri. Tutto ciò che non si deve fare

La vicenda Fincantieri è uno smacco, per chi crede fermamente in un europeismo intelligente e moderno e nel suo 'cantore', Emmanuel Macron. I motivi sono evidenti, a cominciare dal trionfo dell'interesse particolare (nazionale), sulla logica, il mercato, il capitalismo e la libertà d'impresa. Intendiamoci, che un Paese tuteli i propri interessi strategici è sacrosanto e noi italiani dovremmo imparare a farlo con maggiore decisione e discrezione. Insomma, meno paroloni e azioni concrete. Si pensi, per essere chiari, al cruciale settore delle telecomunicazioni, dove abbiamo accettato senza colpo ferire scorribande straniere, spesso proprio francesi. Detto questo, Macron sbaglia, perché si rimangia un accordo benedetto dal predecessore Hollande e perché potrebbe mettere a rischio il futuro stesso dei cantieri di Saint Nazaire, varando - è proprio il caso di dire - gestioni raffazzonate. Gli affari amano la chiarezza e a Parigi si è fatta molta confusione, negli ultimi giorni. 
Poi, c'è l'effetto affaire-Fincantieri su una tribù tutta italiana: quella dei 'l'avevo detto io'. Macron si mette a fare il protezionista ed è tutto un esultare di questi soggetti. Esaltati dalla difesa transalpina di un'azienda, di cui sanno meno di zero, antieuropeisti, sovranisti, post-fascisti e post-comunisti gonfiano il petto e fanno i gradassi. L'Europa è morta, vale solo l'interesse nazionale e voi che ci credete siete dei gonzi. Macron, così, diventa da peggior nemico il loro eroe. Ovviamente, non hanno capito nulla di quello che sta accadendo, semplificando in modo ridicolo le azioni francesi e le reazioni italiane. In definitiva, tutto ciò che questa fetta non trascurabile della pubblica opinione sogna è un cantuccio dove nascondersi, sperando che nessuno li noti. Il rimpianto è il 'bel mondo antico', diviso fra buoni e cattivi. Non funziona così, ma per oggi il club dell''avevo detto io' ha un nuovo mito da cavalcare. Guardandosi l'ombelico.

20-07-2017 La musica, uno dei più grandi chitarristi di sempre e la storia

Oggi, voglio scrivere poche righe, parlando di musica e di un'epoca irripetibile, sbocciate nella California della seconda metà degli anni '60. Lo spunto è il compleanno 'tondo' di uno dei più grandi protagonisti di allora. Carlos Santana taglia il traguardo dei 70 anni, in una fase splendente della carriera. Un percorso tanto lungo, quanto ricco e vario. Nato in Messico il 20 luglio 1947, Santana ha l’indiscutibile merito di aver saputo miscelare i generi, ruotando sempre intorno alla sua leggendaria chitarra. Ha esplorato e contaminato i ritmi latini, soprattutto con l’amatissimo jazz – che resta il punto di riferimento dell’artista – e il rock. Negli ultimi 15 anni, senza paura e alcun pudore, anche il pop. Un viaggio affascinante il suo, partito da ragazzino nei bar di Tijuana, città messicana di frontiera con gli Usa e lanciato in orbita dalla leggendaria e irripetibile session a Woodstock. Sconosciuti, Carlos Santana e il suo gruppo fecero impazzire il popolo hippy, trasformando ‘Soul Sacrifice’ in uno degli emblemi immortali della tre giorni di pace, amore e musica. Poi, successi clamorosi per tutti gli anni ’70 e i primi ’80. La relativa ombra dei ’90, fino al trionfo di ‘Supernatural’, pubblicato nel 1999, quando a forza di duetti Santana tornò a dominare le classifiche mondiali. Coloratissimo e mistico, Carlos è uno dei pochi volti dei favolosi anni ’60 e della controcultura arrivati ad oggi ancora vitali e soprattutto capaci di rinnovarsi. Ascoltare Santana è un viaggio nella musica, nel tempo e nello spazio, fino alla San Francisco della Summer of Love. A proposito, senza nostalgia, solo per ascoltare della buonissima musica e con il senso del tempo che passa, Peace and Love a tutti!

19-07-2017 Le idiozie 'no vax', da contrastare sempre e cpmunque

Ormai è un assedio. La ragionevolezza, prima ancora della scienza e dell'approfondimento, sono quotidianamente picconate. In nome di una presunta, vacua, persino minacciosa 'libertà', un numero non trascurabile di persone ha rinunciato a fare i conti con la realtà. Il triste movimento 'no vax' è un esempio clamoroso di oscurantismo. Il frutto perverso della più ampia e democratica possibilità di accesso alle informazioni, nella storia dell'uomo. Nell'era della libera circolazione delle persone e delle idee, in molti rinunciano felicemente a pensare. Si arriva a negare il valore del progresso, si minacciano conquiste epocali, nel modo più subdolo e pericoloso possibile: dandole per scontate. Assistiamo a qualcosa di apparentemente inspiegabile. Per provare a comprenderlo, il fenomeno va ricondotto a un quadro più generale di sorda ribellione. Sotto attacco finisce tutto quello che un tempo avremmo definito il 'potere costituito'. Venuti meno i punti di riferimento tipici degli scorsi decenni e le calde sicurezze di una volta (molte persone hanno un'inconfessabile nostalgia del caro, vecchio muro...), tanti riversano rabbia su qualsiasi cosa sembri arrivare dall'alto. Senza fare alcuna distinzione, fra stupide imposizioni e il frutto di decenni di ricerca, studio, fatica e sudore. Così, finiscono nello stesso calderone - fateci caso, i mondi si toccano - gli insopportabili privilegi della 'casta' e i vaccini. Come se fossero due facce della stessa medaglia, si riduce a 'schiavo del sistema e del potere' chiunque si ostini a privilegiare la ragionevolezza e il metodo. La scienza viene dimenticata, sull'altare della rabbia cieca, della ribellione fine a se stessa. Un'ondata irragionevole, accompagnata da episodi di puro odio sociale. Non si può spiegare diversamente, del resto, la violenza verbale, che accompagna spesso le 'contestazioni' della tribù 'no vax'. Non c'è un'idea da difendere (si tratta solo di citare sempre i soliti, screditatissimi e pochi medici), ma un mondo da abbattere: mettendo insieme i privilegiati, i ricchi, gli affamatori del popolo e i vaccinati. Cioè noi tutti. In un movimento puramente autodistruttivo.

08-07-2017 Maradona, Napoli e i pregiudizi

Di Maradona ho scritto più volte e ammetto di non essere stato particolarmente affascinato dalla vicenda della cittadinanza. Un'idea che da napoletano considero sacrosanta, ma gestita in modo confuso e maldestro. Davanti al solito diluvio di giudizi un tanto al chilo e superficialità a pioggia, però, non riesco a star zitto. Per essere chiaro, la mia non è una difesa di Diego Armando Maradona, capacissimo di difendersi efficacemente e in modo spettacolare da solo, ma di Napoli e di sentimenti, che con il calcio hanno un rapporto relativo. 

L'incartapecorito e frettoloso giudizio su Maradona drogato e padre degenere, riflesso sulla solita Napoli della plebe, pronta a tutto, in cambio di un pacco di pasta, mi ha estenuato.

Soloni in servizio perenne effettivo, fustigatori dei costumi fuori tempo massimo, siete mai stati a Napoli? Ne avete ascoltato le voci e percepito gli umori, standovene magari zitti per 5 minuti? Oppure, la complessità e le contraddizioni storiche della città sono per voi solo un comodo trampolino di lancio, per qualche battuta (mai originale) e tweet ad effetto?

Perché di una storia d'amore si dovrebbe almeno avere il pudore di parlare con rispetto.

E' questo il rapporto Diego-Napoli, una storia d'amore, con tanto di momenti bui, fughe e nostalgie. Non c'entra nulla il riscatto sociale, la rivincita sul Nord e balle del genere: questa è la superficie, il racconto di chi non c'era. Per i napoletani, Maradona era godimento, piacere estatico. Provate a parlare con chi ha l'età giusta, non vi racconterà di goal celeberrimi o sparate da Masaniello, vi descriverà quell'oscura giocata, che vide in una partita magari insignificante, capace di regalare un momento di perfezione sportiva. Momenti da conservare gelosamente, nei ricordi privatissimi di centinaia di migliaia di napoletani. Una persona a cui vuoi bene, nel riconoscerne e stigmatizzare difetti e mancanze, non la giudichi. Napoli conosce perfettamente Maradona, ma gli sarà eternamente grata, per quell'insieme di ricordi, che costruiscono il mito del rapporto più intimo, che si sia mai visto fra uno sportivo e una comunità. Salire su un pulpito e sparare un paio di sentenze potrà soddisfare l'ego di qualcuno, ma denuncerà soprattutto l'invidia di chi non potrà mai capire la forza di un rapporto felicemente ingenuo.

Il calcio è più vero, se si resta bambini e il Diego più sincero resta quello che disse: "Se stessi a un matrimonio con un vestito bianco e piombasse un pallone infangato, lo stopperei di petto senza pensarci."

05-07-2017 Donnarumma e l'esame di maturità, una storia amara

Di Gigio Donnarumma si è detto tutto ciò che è umanamente possibile pensare, prima ancora di iniziare a scrivere o aprir bocca. Anche troppo, siamo onesti. Eppure, la questione del diploma mi ha colpito e fatto porre nuove domande: la prima, sarò mica diventato vecchio, che mi preoccupo del 'pezzo di carta' di un prossimo milionario, iper professionista?! Esaurita la nota autobiografica, però, mi pongo la domanda seria e cruciale: cosa ci racconta del mondo del calcio di oggi la 'fuga' di Gigio dall'esame di maturità? Credetemi, molto. 

Lo so, lo so... mi sembra quasi di sentire l'eco del coro, secondo cui un diploma oggi o uno domani, nulla cambierà nella vita e nella carriera di un ragazzone, baciato da un talento fuori dal comune. Ma siamo così sicuri?

Proprio ieri sera, ho incontrato un ex-calciatore, bandiera di una delle squadre dal blasone e dalla storia più importanti d'Italia. Questo signore, professionista negli anni '80, mi ha raccontato con genuino senso di gratitudine ciò che gli dissero i genitori al SUO di esame di maturità. Già professionista, in Serie A da un anno, gli fu fatto un discorsetto molto chiaro: o sostieni e superi la maturità o ti scordi di andare in ritiro, per la nuova stagione. Manco a dirlo, il ragazzo di allora superò l'esame di Stato e, con i borsoni già in macchina, partì solo dopo, per raggiungere i compagni alla preparazione estiva.

Anticipo l'obiezione più ovvia: allora non si guadagnavano le cifre di oggi e il valore del diploma, nella vita 'di dopo', era molto più elevato. Il punto, però, non sono i milioni, il punto è di che tipo di modello educativo e culturale stiamo parlando. Come si può mai permettere a un figlio di imbarcarsi su un aereo privato e andarsene al mare, il giorno della maturità?!

Il calcio, ai massimi livelli, può essere crudele e spietato. Non ci si prepara alle prove della vita e della professione, sacrificandole sull'altare del denaro. Questo è un tema centrale negli Usa, dove l'Nba sta studiando come evitare la fuga anticipata dai college dei più grandi talenti del basket. Perché di ragazzini immaturi e anabolizzati dal denaro il più grande show-biz sportivo della terra non sa che farsene. Ne ha colto il pericolo. 

Da noi, al Raiola di turno, deleghiamo tutto. Anche la patria potestà.

03-07-2017 Addio a Paolo Villaggio

Paolo Villaggio se ne è andato e con lui una galleria di personaggi sconfinata e irripetibile. Certo, Fantozzi e Fracchia resteranno per sempre con noi, come le maschere di Totò e Alberto Sordi, ma l'idea di non poter più rinnovare l'emozione è dura da accettare.

Villaggio non era una persona semplice e non faceva nulla per sembrarlo: come al cinema aveva sferzato gli italiani, facendoli ridere fino alle lacrime, ma senza addolcirne mai vizi e stravizi, nella vita reale poteva essere urticante e spiazzante. Mai per vezzo, però. E questo è un grande merito, perché aveva riservato a Fracchia e Fantozzi il compito di recitare e andare in scena, evitando a se stesso 'la parte', per restare sulla cresta dell'onda televisiva e del mainstream. Del resto, chi ha sdoganato il Pop prima di tutti, definendo (giustamente) la Corazzata Potemkin 'una cagata pazzesca', poteva mai preoccuparsi dei giudizi dei talk o di Twitter?! 

Ci aveva guardato dentro, Paolo Villaggio, scorgendo ogni singolo vizio e tendenza italici. Il Fantozzi servile vittima, in perenne caccia di un impossibile riscatto, era troppo simile a tantissimi italiani, per non essere immediatamente riconosciuto. Certo, per molti è sempre risultato vagamente intollerabile essere descritti in questo modo e allora scattava la rimozione, attraverso la critica feroce o il ridurre i personaggi a semplici macchiette. Un giochino già provato e fallito con altri grandi comici e fustigatori del costume italiano, come i citati Sordi e Totò. Con i colossi del nostro cinema, del resto, Paolo Villaggio divide l'immensa soddisfazione di aver visto diventare le proprie battute parte dell'immaginario collettivo e dei modi di dire nazionali. Quasi uno specchio, una lingua comune, con cui perfetti sconosciuti possono riconoscersi e capirsi all'istante. E' una capacità di pochissimi, un regalo a noi tutti, il più grande riconoscimento si possa fare del talento di un uomo di cultura e di spettacolo.

Batti lei, ragioniere. Oggi e sempre.

30-06-2017 La magia della lettura, la magia di Harry Potter

Voglio scrivere di magia, oggi. 20 anni e pochi giorni fa, veniva pubblicato il primo romanzo della saga di Harry Potter. Se ne è parlato tantissimo, in questa settimana, sull'onda di un esercito di fan che continua ad aumentare, a dispetto del tempo che se ne va.

Allora, perché aggiungersi al coro? Perché c'è da dire solo 'Grazie', a chi ha saputo regalare al mondo il bene impagabile della fantasia e della bellezza. Come tante mamme e tanti papà, conobbi Harry Potter grazie a mia figlia. Amelia aveva 6 anni, quando cominciò a guardare i film, all'inizio con una certa diffidenza, per poi precipitare in un amore incondizionato e assoluto. Dalla trasposizione cinematografica ai libri il passo fu breve e veloce. Non smetterò mai di ringraziare abbastanza JK Rowling, per aver permesso ad Amelia di passare giornate intere, immersa in un modo fantastico e bellissimo. Vederla concentrata, con i libri fra le mani, in qualsiasi situazione e posizione, mi riempie di gioia. Allora come oggi. Non c'è cosa più bella, che innamorarsi di un libro, da ragazzini. Guardandola, ricordo me stesso, perso nei mari e nelle foreste tropicali immaginati da Emilio Salgari, per Sandokan e Yanez. Immortali, come immortale è oggi Harry Potter, uno dei più potenti personaggi della letteratura degli ultimi decenni. Non ho alcuna remora a scriverlo: la saga del maghetto con gli occhiali tondi è un romanzo di formazione fra i più belli mai scritti e una lettura interessantissima, anche per gli adulti. Sì, ho letto Harry Potter, all'inizio spinto dalla curiosità per la passione trascinante di Amelia, poi per gusto puramente personale. Sono lontano dall'aver finito, perché il tempo è sempre poco e noi 'grandi' non abbiamo la capacità di concentrazione totalizzante dei ragazzi. In definitiva, noi siamo dei Babbani (i non maghi, nei romanzi), mentre la magia è affar loro. E' una prerogativa degli animi puliti. L'insegnamento più grande delle avventure di Harry, Ron ed Hermione è proprio questo: la purezza, l'onestà, il sacrificio pagano. Sempre.

E poi, l'amore, il sottofondo più bello e maturo dei 7 romanzi scritti dalla Rowling. E' una dimensione più adulta, ma anche i ragazzi ne vengono colpiti. Magari solo a livello inconscio, ma lascia un seme, che potrà germogliare nella loro adolescenza. Il favoloso personaggio di Severus Piton, non a caso, è il più tragico e amato dell'intera opera. Detestato fino all'inverosimile per anni, vive negli ultimi minuti dell'ultimo film e nelle ultime pagine dell'intera saga, la più bella e sentita riabilitazione che si ricordi. La lezione che impartisce al perfido Voldemort è l'anticamera della fine, della sconfitta del male. Tutto muove e si muove, per l'amore assoluto del vecchio professore di Harry, per sua madre. Non ricambiato e idealizzato, lo impegna per una vita intera e regala le più iconiche battute dell'intera saga: "Dopo tutto questo tempo?", chiede basito Voldemort, rivolgendosi al nemico morente, incapace di credere che possa aver amato una vita intera una donna, che aveva scelto un altro uomo.

La risposta di Piton è semplicemente: "Per sempre".

In alto le bacchette, per tutti coloro che non smetteranno mai di sognare e di credere.

"After all this time?" "Always"

16-06-2017 La tragedia di Londra e i nostri ragazzi

La tragedia della Greenfell Tower di Londra, oltre a essere semplicemente inammissibile in una metropoli del terzo millennio (cosa non avremmo detto di noi italiani), ci ha riportato indietro nel tempo. A quella mattinata di New York, che cambiò per sempre il nostro mondo, anche perché rese per la prima volta pubblico il momento più doloroso, straziante e intimo di un essere umano: l'addio alle persone care. L'11 settembre del 2001 sperimentammo, per la prima volta, la forza devastante delle poche, semplici e persino banali parole, che una donna o un uomo possono utilizzare, quando non c'è più nulla da fare. Le registrazioni di quelle telefonate dalle Twin Towers morenti sono oggi un documento straordinario, la più efficace testimonianza di come tutto cambiò quel giorno. Sono, appunto, un libro di storia vivo e palpitante, ma pur sempre lontano nel tempo. Quell'ultima telefonata al papà, fatta dal ragazzo veneto, bloccato con la fidanzata al 23° piano della torre in fiamme a Londra, è il dolore di oggi, davanti a una tragedia tanto incontrollabile, quanto evitabile. Inimmaginabile lo sgomento del padre, nell'ascoltare il figlio bloccato dalle fiamme. Eppure, quel dialogo è anche una magnifica prova di coraggio: Marco Gottardi - è il papà a raccontarlo oggi, quando ci si aggrappa solo ai miracoli - ha cercato di tranquillizzare la fidanzata Gloria e i genitori, fino all'ultimo momento, fino a quando è stato possibile sperare nell'arrivo dei soccorsi. Non ho dubbi, che quel ragazzo arrivato a Londra con la fidanzata Gloria, per abbracciare una grande esperienza umana e professionale in una città-mito, abbia saputo mantenere calma e lucidità, per aiutare e stare vicino alla sua ragazza, finché è stato umanamente possibile. Di quelle telefonate non abbiamo l'audio e speriamo di non ascoltarlo mai, per lasciare a padre e figlio il rispetto e l'intimità di quel ricordo. Sappiamo, però, come ha saputo comportarsi questo ragazzo, nel cuore dell'inferno.

Si dicono tante ovvietà e si ricorre a tanti luoghi comuni, per parlare dei nostri giovani. Questa allucinante tragedia londinese ci restituisce il loro volto più vero e il rispetto profondo, che si deve a chi sa vivere fino all'ultimo istante occupandosi e proteggendo i propri cari.

13-06-2017 La politica italiana compie dei lunghi viaggi, in un eterno gioco dell'oca

Insopportabili. Non trovo altro modo per bollare i commenti del dopo voto. Mi sono preso un giorno, nella (vana) speranza, che almeno qualcuno fosse preso da un soprassalto di decenza e coscienza, cominciando a prendere contatto con la realtà. Niente. Nada. Hanno vinto tutti, realizzando un miracolo più italiano che raro: nessun sconfitto, in un sistema maggioritario. Applausi.

Mi sento al di sopra di sospetti di bottega, perché ce n'è per tutti, ma proprio tutti. Il Movimento 5 Stelle si è prodotto in un numero degno delle migliori scie chimiche: esclusi da tutti i ballottaggi, se non in pochissimi casi minori, sbeffeggiati dai fuoriusciti alla Pizzarotti, i vertici grillini e leader in testa sono riusciti a dire che in fondo (ma proprio in fondo...) non hanno perso. Perché almeno loro c'erano ovunque. Che poi non li abbiano votati, pare sia un dettaglio trascurabile, almeno dalle parti della Casaleggio & Associati.

Il Partito Democratico ha portato a casa diversi sindaci al primo turno, fra cui il sempiterno Leoluca Orlando a Palermo, ma è in grave ed evidente difficoltà in diversi ballottaggi. Fuori a Verona, rischia tantissimo nella rossa Genova, dove è possibile un secondo smacco, dopo quello della Regione Liguria. I dem, poi, dovranno recuperare in molte sfide, fra Centro e Sud. E' il Nord, però, che rischia di tornare a essere IL problema del Pd e far finta di non vederlo, come appare in queste ore, non si annuncia come la soluzione migliore. Renzi è uscito meglio di Grillo? Indiscutibile, ma non ha vinto.

Il Centrodestra può dire oggettivamente di aver centrato un successo nazionale, ma cos'è il Centrodestra? L'alleanza elettorale delle Amministrative, che continua a funzionare a dispetto del tempo che passa, o l'armata brancaleone 'ammirata' in Parlamento e fuori, negli ultimi mesi? Il Centrodestra unito vince, ripetono all'unisono un po' tutti, ma poi Berlusconi invoca il proporzionale, che prescinde per sua stessa natura dall'unità nell'urna.

Insomma, a che gioco stiamo giocando? C'è una strategia da qualche parte o si naviga a vista, pronti a correre alle elezioni anticipate di mercoledì, negarle il giovedì, aspettare la domenica e, arrivato il lunedì, urlare di aver vinto tutti?! 

08-06-2017 Il Movimento 5 Stelle e uno strano concetto di democrazia

Voto segreto, ma non troppo. Anzi, proprio per nulla. E' la soluzione escogitata dal Movimento 5 Stelle, per risolvere la grana della nuova legge elettorale, in Parlamento. In sostanza, i deputati grillini hanno annunciato che si filmeranno all'atto delle votazioni segrete, per testimoniare la loro buona fede. Già, ma a chi? Agli elettori, agli iscritti, a chi ha votato on line (e sta per rifarlo, perché forse non va più molto bene il primo plebiscito) o semplicemente a Grillo e Casaleggio?! La democrazia è una materia moooolto delicata e affidarla a queste prove di supposta buona volontà può essere un gioco estremamente pericoloso. Quando il M5S protesta a gran voce, contro le 'transumanze' di parlamentari da un Gruppo all'altro, non ha ragione. Ha straragione. Le cifre sono imbarazzanti e testimoniano un malcostume parlamentare, trasformatosi in pura lotta per la sopravvivenza. Reagire a tutto questo, però, stravolgendo i principi costituzionali no. Senza alcuna pretesa di analizzare il problema a livello accademico, il cancellare l'idea stessa della responsabilità politica del parlamentare, filmando il proprio voto, fa correre un brivido lungo la schiena. Di chi stiamo parlando? Rappresentanti dei cittadini, liberamente eletti e - come previsto in Costituzione - sollevati da qualsiasi vincolo di mandato, per rispettarne l'indipendenza e l'autonomia o di semplici delegati da assemblea condominiale, meri esecutori di volontà altrui? Va bene la disciplina di partito, ma qui stiamo parlando di replicanti, gente che si filma, mentre vota. A che pro? Mostrarsi solleciti ed affidabili, per garantirsi la futura candidatura? 

Se cominciamo a filmare i deputati, poi, quanto tempo ci vorrà prima che qualcuno chieda di provare e testimoniare anche il voto dei cittadini? Tutto sommato, perché i partiti dovrebbero fidarsi della parola dei propri elettori... Tranquilli, in Italia, è già successo e si chiama voto di scambio. Nulla che valga la pena replicare, tanto meno in Parlamento.

05-06-2017 La lezione in musica di Manchester. A tutti noi

One Love Manchester, One Love World. Ieri sera, la risposta dei 55mila spettatori dell'Old Trafford Cricket Ground è stata clamorosa: al terrore del 22 maggio e di appena 24 ore prima, a Londra, è stato contrapposta la forza dell'amore, dei sorrisi e della musica. Non c'è nulla di retorico in tutto questo. Lo stare insieme, il condividere luoghi ed emozioni è la cifra del nostro modo di vivere. Averlo sbattuto in faccia ai profeti d'odio e di morte è un modo splendido di riappropriarsi della propria città e del proprio tempo. A portare tutta quella gente al concerto e milioni di persone alla Tv o alla Radio, in tutto il mondo, è stata una ragazza di 24 anni, Ariana Grande. Anche questo è parte di noi, le giovani donne che questi codardi senza Dio vorrebbero velate e sottomesse al maschio, sono motore della società e indicano la strada da percorrere. Un segnale potente, un faro nella notte. La musica, poi, ha riscoperto a Manchester la sua forza e vocazione sociale. Da molto tempo, i grandi artisti non erano più stati coinvolti in eventi realmente globali, capaci di segnare il nostro tempo. Ieri, è accaduto. Non ho alcuna remora a paragonare One Love Manchester a Live Aid, Usa for Africa o al Mandela Day, perché il raduno di ieri sera è destinato a restare nella memoria collettiva, attraverso i volti e i nomi dei miti dei nostri tempi e dei nostri ragazzi. Come quei leggendari concerti degli anni '80 donarono coscienza civile ai mega raduni musicali, One Love Manchester ha dato coraggio a tutti noi. Ci ha ricordato che democrazia e libertà non sono negoziabili e che i valori per cui abbiamo combattuto guerre mondiali sono il frutto di un'evoluzione di secoli. E' semplicemente impensabile che dei luridi vigliacchi possano farci rinunciare a tutto questo. Non accadrà, perché non è vuota retorica, è la nostra vita. Quella che ci siamo scelti. E ricordiamolo anche ai soloni, secondo cui sarebbe inutile urlare la nostra voglia di vivere e reagire: ce ne sono in giro di commentatori ed editorialisti, in vena di cinismo. Parole vuote e inutili, le loro, spazzate via da una ragazza in tacchi a spillo e i capelli raccolti in una lunghissima coda.

02-06-2017 Napoli, le iniziative private e gli immobilismi pubblici

Napoli è da sempre un''experience', come si ama dire oggi. Ancor più da quando la città ha imboccato un periodo di indiscutibile e clamoroso boom turistico, che l'ha riportata lì dove merita, nell'Olimpo delle mete internazionali. Si apre il cuore - a un napoletano, classicamente trapiantato al Nord per lavoro - vedere la massa di visitatori affollare il Centro Storico e i musei. Tutto bene? In parte. Sono in città, in questi primi giorni di giugno, per il Mates Festival, musica, Dj, cultura, incontri, al parco dell'Ippodromo di Agnano. E' l'occasione di immergersi in un grande entusiasmo, ma anche in dolorose contraddizioni. A Napoli, finalmente, sta nascendo una borghesia imprenditoriale, legata al turismo, di cui si erano perse le tracce. Ne è una prova il boom dei B&B un po' ovunque, una crescita anche disordinata, ma vitalissima e in grado di dare una risposta economica, gradevole e funzionale a una richiesta turistica moderna e internazionale. Altra prova è la forza di eventi appena nati, come il Mates Festival, o ormai consolidati, come il Pizza Village, frutto esclusivo della lucida follia, della passione e della professionalità di imprenditori giovani e dinamici. La città deve tantissimo a chi ha avuto la forza e la caparbietà di creare Eventi, come nel caso del Pizza Village, capaci di portare a Napoli migliaia e migliaia di turisti in più. Oltre a costituire un'ulteriore offerta, per i napoletani e chi avesse già deciso di visitare il capoluogo partenopeo. Eppure, a fronte di una vitalità clamorosa e per certi versi entusiasmante, non si può che restare costernati, davanti ai soliti intoppi burocratici, alla ristrettezza mentale e alle mancanze pubbliche. Il Comune fa quello che può, nell'appoggiare i Grandi Eventi, ma davanti alle pastoie dei permessi e dei mille pareri alza bandiera bianca. Così, capita che una struttura a norma, rispettosa dell'area e provvisoria, studiata per un Evento come il Pizza Village venga bocciata dalla Sovrintendenza. Peccato che la stessa tolleri serenamente baracche o  piccoli e grandi abusi del Lungomare. Uno strabismo francamente sconcertante. Che dire, poi, del decoro cittadino? Sono il primo a lodare la pulizia e l'ordine dei Decumani, un'area popolosa e affollata, ma da citare a esempio di gestione. A pochi chilometri, però, regna il senso di abbandono: a Fuorigrotta, lungo la strada da percorrere per raggiungere Agnano e il Mates Festival, l'incuria e la sporcizia sono una costante. Intollerabile. C'è da augurarsi che personaggi del calibro di Bob Sinclair, star mondiale dei Dj e imperatore delle notti di Ibiza, siano stati portati all'Ippodromo con i vetri oscurati... I nuovi imprenditori napoletani, i citadini che ci credono, non chiedono miracoli e neppure soldi, ma che tutti facciano il proprio lavoro. Il resto è chiacchiera.

30-05-2017 Se andare alle urne con secchiello e paletta vi par poco..

Secchiello, paletta e... comizi. E' lo scenario, altamente improbabile, ma oggettivamente divertente, che si è parato davanti all'opinione pubblica, in caso di elezioni anticipate al 10 settembre. Come saprete, l'appello del Movimento 5 Stelle e della Lega è anticipare lo 'scatto' della pensione dei parlamentari. Altrimenti detto 'vitalizio', così ci capiamo. Intento nobile, diranno in molti. Peccato che la decadenza della legislatura non coincida con la data delle elezioni, ma con l'insediamento delle nuove Camere, che non potrebbe mai avvenire entro il 15 settembre, data 'fatale' per le pensioni. Tutto inutile, insomma, compresi secchiello e paletta. Ancora una volta, la forma è ciò che sembra restare della politica. Di sostanza, ben poca. Per meglio dire, ben poca confessabile. La corsa alle urne, scattata grazie al proporzionale finto tedesco proposto da Berlusconi, non ha proprio nulla a che vedere con le pensioni dei parlamentari. Il vero obiettivo è diverso da partito a partito, ma convergente su un punto: sfidiamoci e poi si vedrà. Alla faccia dei programmi e del Paese. Nessuno si vuole intestare una manovra economica molto tosta, men che meno Matteo Renzi. Il segretario del Pd fa un ragionamento molto semplice: il Governo Gentiloni è una mia diretta emanazione e per 5 Stelle e Lega sarebbe un gioco da ragazzi usare eventuali lacrime e sangue, in campagna elettorale, contro di me. Dunque, votiamo prima che si può. I grillini hanno la bandiera dei vitalizi. E' piantata - come detto - sul nulla, ma funziona. Salvini chiede da mesi di votare, in qualunque modo. Berlusconi, addirittura, è rientrato in gioco, grazie alla proposta sul modello tedesco. Come dicevamo, di tedesco ha quasi nulla, ma per Forza Italia è fondamentale poter fare da ago della bilancia e non essere schiacciata sulle posizioni salviniane. E' un Grande Gioco, in cui le roboanti campagne moralistiche sfumano in manovre legittime, ma tipiche del parlamentarismo più lontano dai cittadini. Molti riterranno di andare a votare, convinti di rivoluzionare il Paese. E' probabile che siano destinati a una cocente delusione, l'unica cosa torrida come agosto, che minaccia di restare dell'impossibile campagna elettorale estiva.